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Domenica, 28 Settembre 2014 14:49

Allevamento di Stigmochelys pardalis

 

Conferenza del socio Massimo Cappelli, del 28 febbraio al Tartarughe Meeting 2009,
organizzato dal Tarta Club Italia all'Acquario di Cattolica

Abstract:

In data 2 maggio 2002 ho acquistato n. 2 Stigmochelys pardalis in un negozio di animali di Castrocaro (FC).
Erano due cuccioli di 600 grammi ciascuno. Ho pregato il negoziante di cercare di darmi maschio e femmina, ma con sincerità mi disse che era difficile capirne il sesso nei piccoli. La fortuna fu dalla mia parte. Col passare degli anni una cresceva più velocemente e l'altra meno, e ben presto riuscii a distinguere ( dopo due anni ) la diversità sessuale.
Dopo due anni e mezzo la femmina da 600 grammi era passata a kg 3,3.
Dopo tre anni la femmina pesava 4 kg e il maschio 3,3 kg
Nei sei mesi estivi la crescita fu enorme. La femmina passo da 4 a 5,10 kg e il maschio da 3,3 a a 4,3 kg.

Sempre nel 2005 il maschio comincio a essere interessato alla femmina, e in giardino ebbi modo do vedere i primi approcci, che andavano avanti sempre più frequenti, il maschio saliva sulla femmina da tutte le parti, ogni tanto anche dalla parte giusta,

Nel settembre 2006 (dopo 4 anni e mezzo) ebbi l'enorme felicità di vedere che la femmina cominciava a scavare buche nel terreno, provò per varie sere a scavare nelle varie parti del giardino. Iniziava verso le 18/19, quando il sole cominciava e essere meno caldo e andava avanti fino a notte. Ma alla mattina trovai per due volte il buco aperto senza niente dentro.
Il terzo giorno, invece il buco era completamente chiuso, la terra tutta bagnata e la tartaruga sfinita che si abbeverava senza sosta . Il dieci settembre depositò 10 meravigliose uova, che misi in incubatrice.

A natale la prima schiusa. Lo chiamai Natalino,

poi altre otto schiuse. Quindi nove nascite su dieci. L'anno successivo , nel 2007 15 uova, di cui nate 6 e nel 2008 17 uova di cui nate 7 .

Ai primi freddi, quando di notte la temperatura scende di notte sotto i dieci gradi e di giorno non supera i 20 gradi, di solito a fine settembre, le porto in terrario.

Un sottotetto coibentato di 4 metri per due e mezzo circa, con sottostante sabbia mista a terra e erba finta, 4 fari per il calore e un neon per i raggi UV-A/UV-B.

Alimentazione: d'estate gramigna, erba di campo e sono ghiottissime di foglie di fico d'india, ogni tanto qualche mela, insalata, radicchi e bucce di pomodoro, qualche ciliegia e qualche albicocca o pesca, ma con moderazione. In inverno, non le ho abituate a fieno, ma continuo a dargli foglie di fico , radicchi, verze, cavolfiore, erba di campo , qualche mela e insalata. Lo stesso faccio con le piccole nate.

Ogni settimana spolvero le verdure con un po' di carbonato di calcio in polvere, ovviamente dosi molto piccole in quanto è facile somministrarne quantità talmente elevate che gli esemplari non riescono ad espellere quella in eccesso e si verifica l'insorgere di calcoli in tutte le parti del corpo, che possono portare alla morte.
In ultima analisi, anche se non facile, in futuro cercherò di non distribuire più cibi troppo ricchi di acqua come l'insalata, in quanto non indicati, che causano diarree e feci liquide(sintomo di alimentazione non adeguata).

Il maschio nell'edizione 2006 della mostra TARTARUGHE BEACH ha vinto il secondo premio nella categoria "Tartarughe Esotiche".

 

 

 

Domenica, 28 Settembre 2014 14:33

Le tartarughe nella zona di Perth

 

Le tartarughe nella zona di Perth, sud-ovest dell'Australia

 

Di Laurens Woldring, per Tarta Club Italia

Nel 2001 sono stato in Australia per fare una ricerca sull’ ecologia della tartaruga a collo lungo del sud-ovest (Chelodina oblonga). La ricerca è stata condotta nella zona di Perth, la città più grande dell’ovest dell’Australia. Oltre alla Chelodina oblonga presenterò l’altra tartaruga di questa zona, la tartaruga palustre dell’ ovest (Pseudemydura umbrina), una delle tartarughe piu rare al mondo.

La Chelodina oblonga è la tartaruga con il collo relativamente piu lungo. Questa specie è chiamata oblonga per la forma del carapace che è piuttosto allungato.

La dimensione massima del carapace e 31cm. I maschi rimangono piu piccoli delle femine. Il capo di questa specie è relativamente grande, ma gli occhi e la bocca sono localizzati al lato anteriore. Molto probabilmente questa specie si nutre alla stessa maniera della Mata mata (Chelus fimbriatus) creando un vacuum e succiando dentro la preda.

Il colore del carapace è marroncino o olivastro con piccole macchiette nere. Il piastrone è stretto e di colore biancastro o giallastro. Le zampe sono ben formate e palmate.

Quando disturbata questa specie fa uscire delle secrezioni puzzolenti dalle ghiandole nell'inguine.

Questa specie vive in laghi permanenti e stagionali.

Se il lago dove vivono si secca per la siccità estiva, questa specie ha 2 strategie per sopravvivere.

  1. Le tartarughe escono dal lago in cerca di altre acque permanenti.
  2. Le tartarughe scavano nel fango del lago e vanno in estivazione fino a che il lago si riempie d'autunno.

La Chelodina oblonga è carnivora e si ciba di pesci, lumache, molluschi, insetti e altri piccoli animali.

La differenza tra i sessi è molto marcata. Il maschio ha la coda piu lunga e massiccia.

Il maschio ha il capo piu piccolo. Il piastrone è più concavo nel maschio ma questo non è sempre evidente.

I maschi raggiungono la maturità sessuale ad una grandezza di 14 cm.

Le femmine a una grandezza di 16/17 cm.

 

L'accoppiamento avviene d'autunno e d'inverno nell' acqua.

Questa specie non va in letargo ma rimane attiva durante l'inverno.

La femmina fa due covate all'anno. La prima in primavera e la seconda d'estate. Quando deve depositare le uova, la femmina si può allontanare anche fino a 500 metri dall'acqua. Nei sobborghi di Perth capita spesso che le tartarughe depositano le uova nei giardini delle case vicino al lago.

Le femmine producono al massimo 16 uova per covata.

I piccoli nascono dopo 200-230 giorni di incubazione. Cioè in agosto nell' inverno australiano. Questo periodo di incubazione sembra molto lungo ma i piccoli sono gia completamente sviluppati durante l'estate. Ci sono diverse teorie perché i piccoli aspettano nell' uovo. Forse aspettano le piogge che ammorbidiscono il terreno che rende piu facile la schiusa. Può anche essere che aspettano che le piogge riempiano i laghi che creano condizioni ottime per la sopravvivenza dei piccoli.

I piccoli sono una miniatura degli adulti solo che i colori sono piu vivaci.

Durante la mia ricerca abbiamo esaminato animali di 3 laghi. Le tartarughe venivono catturate usando delle trappole fatte di rete morbida. Tramite cattura e ricattura abbiamo cercato di stabilire la demografia di queste popolazioni. Inoltre ho fatto una ricerca sulla nutrizione di questa specie svotando lo stomaco delle tartarughe catturate e esaminando il contenuto.

Ovviamente il metodo usato non era invasivo. Ovviamente questo ò un fatto molto preoccupante e qualcosa deve essere fatta per ridurre il numero delle volpi.

Anche se questa specie viene considerata ancora abbondante, ci sono molti pericoli e anche il numero di esemplari di questa specie sta diminuendo. Uno dei pericoli è il traffico che uccide molte femmine riproduttive che vanno in giro per cercare posti dove nidificare e attraversano le strade.

Un altro grosso problema sono le volpi europee che sono state introdotte dagli inglesi per la caccia. Non avendo nemici naturali questi animali sono moltissimi. Queste volpi aprono molti nidi per mangiare le uova. Nei laghi ricercati da noi abbiamo l'idea che quasi 100% dei nidi veniva scoperto dalle volpi!!! Nessuna tartaruga piu piccola di 12 cm è stata trovata durante la mia ricerca.

Ovviamente questi animali sono molto importanti per la sopravvivenza delle varie popolazioni.

Pseudemydura umbrina

L'altra specie che vive in questa parte dell'Australia è la Pseudemydura umbrina o tartaruga palustre del sud-ovest. Questa specie è una delle più rare al mondo.

Questa specie è di un genere monotipico. Il mascho raggiunge una lunghezza di 15,5 cm. La femmina rimane piu piccola e non supera i 13,5 cm.

Il carapace è di un colore marrone cioccolato. Il piastrone è di color giallastro con macchiette marroncine. Il capo è relativamente grosso e il collo è coperto di tubercoli.

La Pseudemydura vive in un ambiente molto arido. Il terreno è sabbioso con piccole zone con zolla. Proprio in queste zone si formano stagni temporanei invernali da cui dipende questa specie per la sopravvivenza. Tipici per questo ambiente sono gli alberi di Banksia che fanno dei bellissimi fiori.

Altri rettili in questa zona sono la Tiliqua rugosa e il Varanus gouldi.

La Pseudemydura è solo attiva d'inverno. Alla fine della primavera australiana (Novembre) esce dagli stagni che si riseccano e si va a nascondere in delle buche o sotto vegetazione secca dove si ripara dal sole. Qui rimane in un stato latente per circa 7 mesi.

In autunno incomincia a piovere e gli stagni si riempiono e le tartarughe escono dalla tana. Durante il periodo le tartarughe si nutrono, si accoppiano e fanno le uova. Le femmine producono da 3 a 5 uova che vengono deposte in una buca scavata con le zampe anteriori!. Le uova si schiudono dopo circa 180 giorni.

Questa specie e stata riscoperta nel 1953. Vive in natura solo in due località nelle vicinanze di Perth. Nel 1962 queste località sono state riconosciute come aree protette. Nel 1990 un recinto fornito di corrente è stato costruito intorno alle zone protette per proteggere le tartarughe dalle volpi. Nella metà degli anni 80 la popolazione in natura non contava piu di 30 individui!!!

Già nel 1959, 25 esemplari sono stati catturati per comporne un nucleo riprodutivo in cattività nello Zoo di Perth.

Solo nei primi anni si poteva notare qualche successo nella riproduzione. Con il passare del tempo gli animali morivano di vecchiaia senza riprodursi. Nel 1987 il biologo austriaco Gerald Kuchling è andato in Australia per occuparsi di questa specie . E'Stato lui a scoprire che la estivazione è assolutamente necessaria per la riproduzione e che lo sciudersi delle uova viene stimolato da un abbassamento di temperatura. Da allora i successi riprodutivi incominciarono ad aumentare.

Nello zoo di Perth è stata creata una struttura per la riproduzione di questa specie. Questa struttura è chiusa al pubblico e consiste in diversi laghetti. Inoltre ci sono dei recinti per la estivazione completamente chiusi ai topi.

Dal 1994 esemplari sono stati reintrodotti nel habitat naturale e seguiti tramite monitoraggio radio tracking.

Grazie all' impegno di Gerald Kuchling la popolazione in natura sta crescendo e nel 2001 contava già 110 animali. Purtoppo ci sono ancora minacce come fuochi stagionali spesso accessi da contadini.

Il caso della Pseudemydura ombrina è un buon essempio di successo nella salvaguardia delle tartarughe in via d'estinzione.

 

Sabato, 27 Settembre 2014 15:35

Il "problema Ibridi": un punto di vista

 Articolo di Gionata Stancher per Tarta Club Italia (18-02-2005)

La vivacità dei numerosi dibattiti sul tema "ibridi" (e sulla possibilità di promuoverne la nascita, soprattutto fra T.h. hermanni e T.h. boettgeri) sono la chiara dimostrazione di quanto sentiti siano questo tipo di problemi, che vedono coinvolti tanto i biologi dei progetti di tutela delle specie quanto molti allevatori. Questa relazione vuole essere "di chiarimento", a livello divulgativo, per tutti coloro che ne sono interessati o, loro malgrado, coinvolti.

Cosa intendiamo col termine "ibrido"

Si potrebbe iniziare a definire meglio cosa intendiamo col termine piuttosto ambiguo di "ibrido". In termini generali, per ibrido si intende il risultato dell' "ibridazione interspecifica", cioè dell'accoppiamento o dell'incrocio fra esemplari appartenenti a specie diverse (per esempio, il cavallo e l'asino).

Ciò nonostante in alcuni settori della Biologia, per esempio in Genetica, si fa per tradizione uso di questo termine in modo molto più estensivo, spesso per indicare semplicemente l'incrocio fra esemplari portatori di caratteri differenti: così, per esempio, Mendel definì un pisello odoroso di colore rosa come un "ibrido" fra un pisello odoroso rosso e uno bianco. Come è stato messo in evidenza da Ernst Mayr nel suo Il modello biologico (1997), quest'uso dello stesso termine per indicare cose differenti è stato all'origine di molti problemi nella biologia a partire dalla metà dell'800.

E' chiaro che in ambito naturalistico quella data dalla genetica non può essere accolta come una definizione soddisfacente per il concetto di ibrido: infatti, poiché siamo tutti portatori di caratteri differenti, finirebbe per essere definito "ibrido" qualsiasi risultato dell'incrocio fra due individui che non siano assolutamente identici, cioè che non siano gemelli omozigoti: ognuno di noi, insomma. E' necessario, quindi, circoscrivere il campo d'applicazione del concetto: in questo senso, può risultare utile utilizzare il termine nella sua accezione tradizionale di risultato dell' "ibridazione interspecifica" (=fra specie diverse).

Parleremo quindi di "ibridi intraspecifici" (= fra esemplari della stessa specie) nel caso di T.h.h. X T.h.b., con la consapevolezza che stiamo parlando di qualcosa di diverso dal mulo o dal bardotto.

La situazione degli ibridi INTRAspecifici T.h.h. X T.h.b.

Alla luce di ciò, appare chiaro che gli incroci fra T. hermanni heramnni e T. hermanni boettgeri NON sono ibridi come il mulo e il bardotto, poiché T.h. hermanni e T.h. boettgeri NON sono specie diverse. Ciò non toglie che si tratti di due "popolazioni" differenziate sin dall'ultima glaciazione, e che quindi presentano

  1. caratteri distintivi;
  2. un isolamento riproduttivo naturale.

Diciamo che sono due "semispecie": le poche migliaia di anni di isolamento non sono bastate a differenziarle a tal punto da poter dire che si tratta di due specie, tuttavia nulla toglie che potrebbero in futuro diventarlo, ammesso che l'uomo decida di rispettare la presenza di quella barriera geografica naturale che è l'Alto Adriatico.

Ora il naturale svantaggio biologico nel quale, secondo i modelli teorici, si troverebbero gli ibridi, i quali posseggono caratteri misti e quindi non ottimali né da una parte né dall'altra, è un problema, appunto, che riguarda GLI IBRIDI INTERSPECIFICI (=fra specie diverse). Le difficoltà possono invero riguardare sia aspetti ecologici che riproduttivi.

Aspetti ecologici: l'ibrido può non essere molto adatto né nell'habitat di un genitore né in quello dell'altro, poiché presenta caratteri "intermedi". Ciò significa che, nel tempo, potrebbe risultare svantaggiato nella competizione con i soggetti non ibridi.

Aspetti riproduttivi: se le due specie parentali presentano sistemi di corteggiamento e di accoppiamento differenti, l'ibrido (che esprime un miscuglio fra i due sistemi) può non disporre di quelle caratteristiche necessarie per indurre un partner non ibrido ad accettare l'accoppiamento (soprattutto se è maschio).

E' certo da discutere se questi modelli possano essere applicati all'interno del genere Testudo. Tuttavia, possiamo essere certi che NON riguardano gli "ibridi" T.h.h. X T.h.b., non essendo questi ibridi interspecifici. Un ipotetico ibrido fra T.graeca e T.hermanni può trovarsi in difficoltà nel riprodursi perchè le due specie hanno sistemi di corteggiamenti diversi, quindi l'ibrido può non essere "ottimale" né con un partner T. graeca né con un partner T. hermanni.
T. h. boettgeri e T.h. hermanni hanno invece comportamenti identici e quindi gli incroci T.h.h. X T.h.b., da questo punto di vista, non si trovano in NESSUN SVANTAGGIO biologico o ecologico che possa far ipotizzare una loro progressiva diminuzione numerica in condizioni naturali.

Alcune delle aree protette del territorio italiano, per esempio il "Bosco della Mesola" in provincia di Ferrara, sono colonizzate da un gran numero di "ibridi" intraspecifici T.h.h. X T.h.b. che, come testimoniato da Silvio Bruno, sono il risultato di introduzioni eseguite per mano dell'uomo in un'epoca in cui il concetto di biodiversità non era ancora sufficientemente radicato nella cultura della nostra nazione. Si possono infatti incontrare esemplari con macchie sul piastrone da 'boettgeri' ma suture da 'hermanni', altri con suture da 'boettgeri' e macchie da 'hermanni' e via dicendo, soggetti questi osservati personalmente. Diciamo che è un interessante "laboratorio naturale" dove è possibile studiare la distribuzione dei caratteri delle due sottospecie quando queste sono messe a stretto contatto. Ma è obiettivamente difficile, in situazioni come questa, riconoscere all'area protetta il ruolo di "Parco naturale", il quale, secondo le accezioni attuali, dovrebbe come prima cosa tutelare la biodiversità.

Le differenze genetiche e la loro origine

Il lavoro di Van der Kuyl et al.(2002), dimostra che esistono delle differenze genetiche fra T. hermanni hermanni e T.h. boettgeri. Non "enormi" differenze, sia chiaro. Diciamo che se T.horsfieldii, che è la specie del genere
Testudo più vicina a T. hermanni, si distingue da T. hermanni per 6 sostituzioni nucleotidiche (misura della diversità usata in biologia), T.h.boettgeri si distingue da T. hermanni hermanni per n=2. Tuttavia questa differenza è reale, non è una cosa apparente che vediamo solo noi o solo qualche esperto che va a cercare il pelo nell'uovo. Inoltre, dallo stesso lavoro è emerso chiaramente che esiste una grossa uniformità genetica nelle popolazioni italiane, uniformità che non si trova in quelle balcaniche. Di T.h. boettgeri ci sono molte popolazioni diversificate, mentre di T.h hermanni sembra vi sia un unico ceppo distribuito nella nostra penisola.
Per essere chiari, le differenze riscontrabili fra una 'hermanni' (boettgeri) della Grecia del nord ed una della Grecia del sud sono molto, molto più grandi di quelle osservabili fra una 'hermanni' (hermanni) del Nord Italia (per es., della Toscana) e una del Sud Italia. Tutte le 'hermanni' Italiane derivano, probabilmente, da un unico areale, localizzato in epoche storiche molto a Sud, forse in Sicila: un "rifugio glaciale". Solo le popolazioni presenti in questo ristretto rifugio glaciale sono sopravvissute all'ultima glaciazione; poi, con il ritirarsi dei ghiacci, si sono distribuite verso il Nord fino in Toscana, Liguria. Si tratta quindi di una "razza geografica" molto uniforme che ha delle caratteristiche – sia morfologiche che genetiche - che la differenziano dalla "cugina" dei Balcani.

Come dobbiamo comportarci?

Purtroppo, la risposta a questa domanda non può trarre che pochissimo spunto dalle oggettive considerazioni delle scienze biologiche. La Biologia può dirci infatti solamente che dall'incrocio fra T. h. hermanni e T. h. boettgeri nascono piccoli sani e non sterili. Può anche dirci però che in condizioni naturali quei piccoli non sarebbero mai nati. Questo significa qualcosa?

Ora io vorrei dire questo: far accoppiare una 'hermanni' con una 'boettgeri' non è certo un delitto, né i piccoli frutto di questa unione debbono essere considerati, in alcun modo, diversamente da qualsiasi altro essere vivente. Abbiamo il preciso dovere morale, in quanto esseri umani, di rispettare qualsiasi manifestazione di ciò che chiamiamo "vita". Però, e anche questo va detto, dobbiamo essere allo stesso tempo consapevoli che, ad ogni incrocio di questo tipo, progrediamo di un piccolo passo verso il livellamento delle differenze, cioè verso la perdita della bellezza che si trova nella diversità delle forme viventi. Perché il contrario del razzismo non è fingere che siamo tutti uguali, ma riconoscere la diversità di ognuno e vedere in questa diversità un pregio.

Non solo: mi pare che, promuovendo l'incrocio fra T. h.h e T.h.b., perdiamo anche un po' della nostra "italianità". E' un po' come se permettessimo ad un pittore orientale di lavorare a suo piacimento sulla Cappella Sistina o sulla Pietà di Michelangelo, apportando modifiche qua e là secondo il suo gusto e le sue tradizioni. Non permetteremmo mai una cosa del genere non perché siamo razzisti o perché disprezziamo l'arte orientale; al contrario, perché vogliamo tutelare tanto l'arte italiana quanto l'arte orientale e le loro radici. Ne andrebbe infatti persa non solo l'unicità dell'opera in sé, ma anche tutto ciò che essa simbolizza: il genio di un artista con tutti i suoi trascorsi personali, il periodo storico con le su vicende etc.
Anche la nostra T. hermanni hermanni – e la "loro" T. hermanni boettgeri - sono, a modo loro, uniche, ed anch'esse incarnano quei trascorsi storici - "filogenetici"- che ne hanno determinato le caratteristiche, e precisamente più di 10.000 anni di storia. Se ci pensiamo, qualcuno in più della Cappella Sistina o della Pietà.

Sabato, 27 Settembre 2014 15:22

Platysternon megacephalum (Gregor Schobert)

ESF registro anagrafico della TartarugaTesta Grossa
Platysternon megacephalum  

Gray 1831
Gregor Schobert, Zwettl, Austria


E’ evidente che le tartarughe asiatiche siano state sistematicamente strappate dal loro ambiente per nutrire la domanda insaziabile del mercato straniero. Ciò è accaduto anche alla species Platysternon megacephalum (GRAY 1831).
Per la sua salvaguardia l’ESF ha istituito un registro anagrafico  (studbook).

Platysternon megacephalum è una tartaruga monotipica, il che significa che è talmente unica da venire collocata in una sua propria famiglia, the Platysternidae, che non ha strette parentele con altre famiglie.

Ci sono cinque sottospecie di Platysternon megacephalum chiamate:
P.m. megacephalum, P.m. peguense, P.m. vogeli, P.m. tristernalis e  P.m. shiui.
P.m. shiui è la sottospecie descritta più recentemente. E’ possible che alcune sottospecie non esistano data la grande varietà riscontrabile all’interno di una singola popolazione. Il registro fornirà una base per ricavare le relazioni esistenti tra le differenti sottospecie.

Sottospecie  Area di Diffusione Data Descrizione
 P. m. megacephalum  Cina meridionale  1831
 P. m. peguense Birmania meridionale e Tailandia  1870
 P. m. vogeli  Tailandia nord-occidentale  1969
 P. m. tristernalis  Provincia di Yunnan, Cina  1984
 P. m. shiui  Vietnam settentrionale  1987



Distribuzione:
Asia sud-orientale, Burma, Tailandia,
Cina meridionale, Vietnam, Laos, Birmania.

L’habitat della Platysternon in queste aree mostra le stesse caratteristiche: torrenti montani dalle acque agitate e con rocce affiranti. La temperatura dell’acqua di questi corsi d’acqua non supera i 24°Celsius. Ciò va considerato nel mantenimento in cattività.
 
La tartaruga dalla testa grossa viene utilizzata nella medicina tradizionale cinese (TCM), la si trova nei negozi di animali e viene anche mangiata dale popolazioni di queste nazioni povere.
Si teme molto che questa specie non si possa più rinvenire allo stato selvaggio.

La Fondazione Europea Studbook ha istituito il registro anagrafico per il mantenimento, allevamento, e coordinazione delle popolazioni viventi in cattività. L’accoppiamento della tartaruga dalla testa grossa è il problema più grosso dato che il maschio attacca la femmina mordendola al collo. Anche la femmina può attaccare il maschio. In Europa Heinz WEISSINGER  è stato il primo a riprodurre con successo queste tartarughe in cattività nel 1987, ma la tartaruga dalla testa grossa cadde successivamente nell’oblio. Da quel periodo praticamente non si rinviene nessuna pubblicazione di una certa importanza.

Il registro servirà anche come strumento per ottenere deposzioni più regolari della tartaruga dalla testa grossa. Alcune delle tartarughe tenute in cattività sono singoli esemplari. Una delle nostre richieste è di creare gruppi riproduttivi in Europa e di riprodurli regolarmente. Platysternon megacephalum depone 2-4 uova ogni deposizione. Gli animali in cattività sono semplici da allevare; invece esemplari di cattura risultano essere più problematici in quanto stressati dal lungo trasporto e perchè sono spesso portatori di parassiti nascosti.  La maggior parte dei possessori di tartarughe registrati nello studbook hanno avuto delle deposizioni nel corso degli anni passati. Alle volte le uova sono state deposte in acqua o non erano fecondate. Questo è un tipico segnale che una femmina non trova una zona di deposizione adeguata.

Dalle informazioni  provenienti da tutti i possessori di animali registratisi nello studbook dovrebbe essere possible alllevare la tartaruga testa grossa in futuro. E’ un serio problema che quasi nulla si sappia riguardo accopiamento, fecondazione, deposizione e crescita delle uova.



E’ stata pianificata una cooperazione con associazioni internazionali molto note e specialisti quali ISV, NSV, DGHT AG Schildkroeten AK Platysternidae, Allwetterzoo Münster, EAZA, TSA.
Chiedo a tutti i possesori di queste tartarughe di registrarsi nello studbook.

Quindi se possedete questa specie, anche singoli esemplari, o se siete interessati ad allevarne, potete registrarvi liberamente. Saranno possibili anche registrazioni anonime. I membri del registro anagrafico ricaveranno ulteriori informazioni riguardo la specie e la possibilità di avere degli esemplari. ESF è un’organizzazione internazionale.  Si sono registrati nello studbook della Platysternon megacephalum membri dall’Austria, Germania, Ungheria.. I membri ricevono un rapporto annuale sullo stato, innovazioni e cambiamenti dall’anno precedente.

Autore: Gregor Schobert

Coodinatore dello Stud book sulla Tartaruga Testa Grossa
(Platysternon megacephalum)

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+43/664/3811031

http:///www.studbooks.org

Sabato, 27 Settembre 2014 15:17

Eco-etologia della Emys orbicularis

Università di Firenze

Facoltà di Scienze Naturali

Eco-etologia della Tartaruga palustre, Emys orbicularis: uso dell'habitat ed organizzazione dell'attività in una popolazione della Riserva Naturale Monte Rufeno

Tesi di laurea di
Francesco Rovero

( http://www.mtsn.tn.it/tropical_biodiversity/index.html )

Relatore
Prof. G. Chelazzi

a.a. 94/95

Articolo con autorizzazione per il Tarta Club Italia


Premessa

  1. Introduzione
    1. Gli Emididi
    2. Organizzazione dell'attività negli Emididi
      1. Ciclo annuale di  attività
      2. Attività giornaliera
      3. Selezione microambientale e uso dell'habitat
    3. La specie studiata
  2. Materiali e Metodi
    1. L'area di studio
      1. Aspetti generali
      2. Gli ambienti acquatici
    2. Fasi della ricerca e metodi
      1. Mappatura e raccolta di dati ambientali
      2. Cattura, morfometria e marcatura degli animali
      3. Radiotracking e rilevamento di un ciclo annuale di attività
      4. Prelievo e analisi delle feci
  3. Risultati
    1. Parametri della popolazione
      1. Dimorfismo sessuale e parametri morfometrici 
      2. Classi di età e accrescimento
      3. Abbondanza e struttura della popolazione
      4. Sex-ratio
      5. Stima di popolazioni di altre pozze
    2. Attività spazio-temporale della popolazione
      1. Descrizione dei comportamenti
      2. Aspetti temporali: variazione stagionale e giornaliera dell'attività
      3. Aspetti spaziali: caratterizzazione e utilizzo del microhabitat
    3. Movimenti e area familiare
      1. Vagilità nella pozza
      2. Aree di attività nella pozza
      3. Spostamenti terrestri
    4. Svernamento
    5. Basking
      1. Frequenza e durata in basking
      2. Caratteristiche e utilizzo dei siti di basking
      3. Aspetti fenomenologici
      4. Floating
    6. Alimentazione
      1. Comunità di macroinvertebrati
      2. Analisi delle feci
      3. Aspetti fenomenologici
    7. Comportamento sociale e aggressività
      1. Scontri tra maschi e gerarchia di dominanza
      2. Altre interazioni aggressive
    8. Riproduzione
      1. Accoppiamento
      2. Nidificazione e schiusa
  4. Conclusioni
  5. Bibliografia

* NOTA: in questa edizione non sono presenti grafici e figure che non sono più reperibili dalla redazione

 

1. INTRODUZIONE

1.1. Gli Emididi

Delle 246 specie dell'ordine dei Cheloni, gli Emididi, con 88 specie, costituiscono la famiglia più numerosa (Iverson, 1986); è rappresentata nelle Americhe, in Europa, in Asia ed in Nord Africa e comprende la maggior parte delle specie di acqua dolce dell'emisfero boreale. Non mancano tuttavia specie semiacquatiche o prettamente terrestri, in particolare appartenenti al genere Terrapene, presente in Nord America.

Considerando la distribuzione delle famiglie dei Cheloni su base ecologica si evidenzia come l'ambiente dulcacquicolo sia stato il più colonizzato da questi animali; la preferenza per tale ambiente è considerata un adattamento secondario, sia pur precoce, delle moderne tartarughe, anche se le più antiche forme che conosciamo sono considerate di zone paludose (Pritchard, in Harless e Morlock, 1979).

E' soprattutto a partire dagli anni '50 che lo studio sulla biologia degli Emididi, e dei Cheloni in generale, ha progredito verso un approccio di tipo eco-etologico moderno, nonostante la tradizionale minore attenzione, in tale ambito, rivolta ai Rettili rispetto ad altri Vertebrati. Oltre a studi di ampio spettro, la ricerca sul campo si è orientata su aspetti particolari della eco-etologia (organizzazione dell'attività, movimenti, meccanismi di homing, riproduzione).

1.2. Organizzazione dell'attività negli Emididi

1.2.1. Ciclo annuale di attività

Il ciclo annuale di attività si svolge tra la primavera e l'autunno, con un periodo di inattività in inverno; solo per specie della fascia meridionale dell'areale è riportato un ciclo quasi ininterrotto di attività (Bury, in Harless e Morlock, 1979).

Per Chrysemys picta Ernst (1971) sostiene che la temperatura dell'acqua e il 'drive' riproduttivo sono i fattori che apparentemente controllano l'attività; gli animali sono attivi da 8-10 °C, ma non si alimentano per temperature inferiori a 20 °C; sono avvistabili prevalentemente da maggio a settembre. Sexton (1959a), per la stessa specie, registra invece comportamento alimentare sopra i 15 °C e attività fino a novembre, pur osservando che gli animali si muovono e si alimentano in modo più discontinuo nei mesi autunnali, con un arresto dell'accrescimento in agosto.

Per Pseudemys scripta Cagle (1950) indica in 10 e oltre 35 °C i limiti critici inferiore e superiore, pur constatando livelli ottimali di attività, sulla base dei trappolamenti, tra 13 e 26 °C, da marzo a ottobre.

Sempre Ernst (1982) suggerisce per Clemmys guttata una preferenza per temperature inferiori rispetto ad altre specie: l'ambito termico di attività è di 3-32 °C, nonostante una netta diminuzione nel numero di animali attivi sotto i 10 e sopra i 25 °C ed una temperatura minima di alimentazione di 14 °C. Parametri simili sono stati riscontrati in Emydoidea blandingi (Rowe e Moll, 1991).

Gibbons (1968a) osserva una non ben definita relazione tra temperatura ed attività, in Chrysemys picta, nei mesi di settembre e ottobre nei quali, pur con temperature di oltre 10 °C, l'attività è estremamente ridotta rispetto ai mesi primaverili. Simili conclusioni sono tratte per Chelydra serpentina (fam. Chelydridae): da metà settembre, pur con temperature di 15-20 °C, molti animali sono inattivi (Obbard e Brooks, 1981). Gli autori suggeriscono che altri fattori estrinseci, come il fotoperiodo e la qualità delle risorse, limiterebbero l'attività autunnale delle tartarughe palustri.

1.2.2. Attività giornaliera

L'attività giornaliera di un generico Emidide è sostanzialmente ripartita tra foraggiamento, basking, riposo e comportamento riproduttivo (Cagle, 1944).

L'importanza del basking, in termini di occorrenza giornaliera, sembra particolarmente accentuata negli Emididi; Boyer (1965) sostiene che questa è la famiglia in cui il basking è più riportato e che questa abitudine possa essere all'origine della loro notevole diffusione e del loro successo.

Ernst (1976 e 1982) descrive per Clemmys guttata un ciclo giornaliero di attività in cui si alternano alimentazione e basking senza nessun pattern evidente; l'attività è limitata alla fase diurna, gli animali fermandosi di notte sul fondo.

Cagle (1950), per Pseudemys scripta, osserva che l'alimentazione è normalmente distribuita tra la prima mattina e il tardo pomeriggio, e il basking è effettuato prevalentemente in metà mattina e metà pomeriggio; quando non sono né in basking né in alimentazione gli animali sostano in superficie o sul fondo. Moll e Legler (1971), per la stessa specie, riportano che il basking si colloca generalmente tra le h 9:00 e le h: 15:00.

Un pattern bimodale di alimentazione (con picchi la mattina e la sera) è stato appurato per Emydoidea blandingi (Rowe e Moll, 1991); gli animali sono attivi tra le h 5:30 e le h 22:30 e sono stati visti in basking anche dalle h 8:00 alle h 17:30.

L'occorrenza del basking limitatamente alla mattina (h 6:45-11:00) è riportata per Clemmys insculpta (Ernst, 1986). Lo stesso autore (1971 e 1972), per Chrysemys picta, descrive il seguente pattern di attività: basking la mattina presto fino a due ore dopo l'alba, poi foraggiamento; ripresa del basking fino alle h 14:00, infine di nuovo foraggiamento nel tardo pomeriggio, dopo una fase intermedia di inattività. La notte gli animali si fermano, sia in punti emersi che sommersi.

1.2.3. Selezione microambientale e uso dell'habitat

La presenza di una specie in un determinato habitat è la conseguenza, indiretta, di processi di scelta di una serie di fattori ambientali (Bury, in Harless e Morlock, 1979). Possiamo definire l'uso dell'habitat l'associazione di un animale con questi fattori, siano essi biotici o abiotici (Litvaitis e altri, 1994); il livello di indagine in merito è strettamente dipendente dalla scala - 'macro' o 'micro' - di caratterizzazione dell'habitat stesso.

Le conoscenze in materia sugli Emididi sono piuttosto scarse, e spesso l'argomento è stato toccato sotto il profilo puramente qualitativo. La difficoltà di seguire i movimenti degli animali con la necessaria regolarità è solo recentemente stata superata con l'applicazione, sia pur rara, del radiotracking; e comunque la diretta osservazione del comportamento degli animali resta un problema, comune a molti studi in natura, amplificato dall'ambiente acquatico in cui prevalentemente vivono gli Emididi.

L'evidenza di una relazione, negli ambienti acquatici, tra presenza degli animali e distribuzione della vegetazione è stata suggerita da Sexton (1958); in particolare, per Chrysemys picta, l'autore riporta una forte risposta alla vegetazione strutturata a 'T' (indipendentemente dalla specie floristica), avente cioè la massa di foglie e steli disposta orizzontalmente in superficie e i fusti che salgono verticalmente dal fondo. Questa relazione è stata testata dallo stesso autore con una serie di esperimenti su nidiacei di Chelydra serpentina, concludendo che è il supporto fisico il fattore che attrae gli animali verso tale microhabitat, pur non escludendo la concomitanza di altre motivazioni.

Sempre Sexton (1959a), per Chrysemys picta, affronta con un approccio quantitativo quanto precedentemente osservato, confrontando mappe di distribuzione degli animali avvistati in uno stagno con mappe di distribuzione della vegetazione, ed osservando che la non casuale corrispondenza (testata statisticamente) è proprio imputabile alla selezione mostrata verso quelle piante aventi la struttura a 'T', la cui dislocazione è 'seguita' dagli animali nelle variazioni stagionali.

L'autore osserva in primo luogo che tale vegetazione è presente in zone assolate e a bassa profondità - aspetti di cui già Cagle (1950) aveva valutato l'importanza negli ambienti selezionati dalle tartarughe palustri - e che, in secondo luogo, sembra favorire il comportamento alimentare di Chrysemys picta offrendo ad un tempo sostegno, rifugio e rapida possibilità di immersione e allontanamento in caso di pericolo, grazie alla sottostante zona di acqua priva di vegetazione.

Anche le funzioni termoregolatoria, di riposo e di favorevole punto di osservazione dell'ambiente circostante sono state suggerite a seguito di una serie di esperimenti di rimozione della vegetazione e analisi delle conseguenti localizzazioni di Chrysemys picta (Meseth e Sexton, 1963).

Forme di selezione microambientale sono state successivamente indagate per aspetti particolari dell'attività delle specie acquatiche, come la scelta dei siti di basking ottimali (Boyer, 1965; Auth, 1975), o dei siti di svernamento (Peterson, 1987; Taylor e Noll, 1989). Un'indagine più ampia sull'uso dell'habitat è stata invece perpetrata prevalentemente per specie semiacquatiche o prettamente terrestri. In particolare per Terrapene carolina (Reagan, 1974), per Clemmys guttata (Ward e altri, 1976), per Clemmys insculpta (Quinn e Tate, 1991; Kaufmann, 1992) è stata valutata l'intensità di utilizzazione dei vari microhabitat in relazione a variabili come la copertura vegetale, la disponibilità di risorse e parametri termici, evidenziando la non casualità con cui gli animali si distribuiscono spazialmente.

Sempre nel genere Clemmys, per C. muhlenbergii, specie a maggiori abitudini acquatiche, Chase e altri (1989) hanno registrato, tra le catture in acqua, una netta prevalenza per zone a profondità inferiore a 10 cm e stretta vicinanza a vegetazione.

Ross e Anderson (1990) riportano per Emydoidea blandingi una varietà di tipi di habitat acquatici utilizzati, aventi sia ampie zone di acqua libera che di vegetazione o altre strutture adatte al riparo. Per gli immaturi della stessa specie è stata invece appurata la preferenza per zone con acqua bassa e abbondante vegetazione, dove troverebbero maggiori rifugi e minore competizione, nel foraggiamento, con gli adulti.

In Emys orbicularis, specie studiata in questo lavoro, Lebboroni e Chelazzi (1991) riportano, per un popolazione del Parco della Maremma, una stretta relazione tra avvistabilità degli animali e presenza di vegetazione galleggiante (Myriophyllum sp.); il 94% delle rilevazioni di animali in foraggiamento o in floating (basking acquatico) è localizzata in tale microhabitat. Servan (1988), per popolazioni dell'area della Brenne (Francia), registra che raramente le E. orbicularis sono avvistate in zone con acqua libera, mentre prevalentemente si alimentano, o sostano in basking, dove è presente vegetazione acquatica; gli animali non sembrano frequentare aree di bassa profondità (inferiore a 20 cm), tranne per il basking e per gli accoppiamenti.

1.3. La specie studiata

Unico Emidide presente in Italia, la tartaruga palustre europea (Emys orbicularis, Linnaeus 1758) è inclusa nella lista delle 'specie strettamente protette' stabilita dalla convenzione di Berna del 1979 (N.C 210/35, 22.8.79).

Sotto il profilo tassonomico appartiene alla sottofamiglia degli Emidini, costituita da specie Nord-americane e, in particolare, per aspetti morfo-funzionali, al complesso Clemmys-Terrapene (Ernst e Barbour, 1972).

L'areale potenziale comprende gran parte dell'Europa, Asia occidentale e Africa nordoccidentale; nelle penisole iberica e balcanica risulta in simpatria con Mauremys caspica, unico altro Emidide presente in Europa.

La distribuzione in Italia è tipica di una specie minacciata, con contrazione e discontuinità dell'areale; sebbene le segnalazioni siano basate prevalentemente su dati qualitativi, si evidenziano due regioni in cui E. orbicularis è discretamente presente: la pianura Padana e il litorale medio-tirrenico.

In confronto a tali ambienti umidi di pianura la presenza di popolazioni in aree pre-appenniniche e appenniniche, come quella di Monte Rufeno, rappresenta una peculiarità di notevole interesse. La rara presenza oltre i 500 m di quota è riportata da Lanza (1983), anche se nelle regioni meridionali può spingersi fino a 1000 m.

Numerose testimonianze, oltre che un confronto con regioni europee dove la specie non è minacciata, indicano che fino ad alcune decine di anni fa E. orbicularis popolava in Italia i più svariati ambienti d'acqua dolce: canali, paludi, stagni, pozze, fossati e persino torrenti.

La diretta predazione antropica e l'alterazione ambientale appaiono le cause più plausibili della rarefazione che hanno agito su una fragilità insita nella biologia di questi animali. Indiretta dimostrazione di ciò è l'attuale presenza di questa specie esclusivamente in aree protette o comunque scarsamente antropizzate, che indica inoltre come la tartaruga palustre rappresenti un indicatore di alta qualità ambientale.

Purtroppo le conoscenze di cui oggi disponiamo non sono assolutamente corrispondenti alla gravità della situazione in cui questa specie si trova; oltre a studi pionieristici di carattere descrittivo e generale (in particolare la monografia di Rollinat, 1934) e diversi lavori sulla fisiologia della differenziazione sessuale (Pieau, 1974; Servan et al., 1989; Girondot et Pieau, 1993, per citarne solo alcuni), gli studi di campo su aspetti della ecologia ed etologia della specie sono pochissimi (Servan 1987 e 1988; Lebboroni e Chelazzi 1991; Naulleau 1991).

La peculiarità sopra accennata, rappresentata da una popolazione come quella di Monte Rufeno, con spiccato insularismo e isolamento geografico, e parallelamente la possibilità di lavorare in un'area protetta sono i motivi che ci hanno spinto in questa ricerca, nell'intento di indagare gli aspetti spazio-temporali dell'attività di Emys orbicularis e di definire quegli stessi aspetti critici che rendono oltremodo 'importante' la popolazione considerata, con la speranza che quanto riportato possa divenire valida indicazione per un adeguato approccio conservazionistico.

2. MATERIALI E METODI

2.1. L'area di studio

2.1.1. Aspetti generali

La Riserva Naturale 'Monte Rufeno', istituita con legge regionale nel 1983, fa parte del Sistema dei Parchi e delle Riserve Naturali della Regione Lazio ed è gestita dal Comune di Acquapendente (Viterbo). Si estende per quasi 3000 ettari nella punta settentrionale del Lazio, confinando a Nord con la Toscana e ad Est con l'Umbria.

Il territorio della Riserva, a morfologia collinare (quote medie 500-550 m), è prevalentemente boscato, con netta predominanza della formazione a ceduo di cerro (Quercus cerris) che è attualmente avviata a fustaia; a questa sono associate latifoglie quali Fraxinus ornus (orniello), Ostrya carpinifolia (carpino nero), Carpinus betulus (carpino bianco), Sorbus domestica (sorbo comune), Acer campestre (acero oppio), Acer monospessulanum (acero minore), ed altre. Tra la Fagaceae, oltre al cerro, sono presenti la roverella (Quercus pubescens), la rovere (Quercus petrea), la farnia (Quercus robur) ed il castagno (Castanea sativa), quest'ultimo rinvenibile solo alle pendici di M. Rufeno (734 m). Il sottobosco arbustivo è composto in prevalenza da: Juniperus communis (ginepro), Cornus mas (corniolo), Pyrus piraster (pero selvatico), Crataegus monogyna e C. oxyacantha (biancospini), Rosa canina (rosa selvatica), Prunus spinosa (pruno), Rubus ulmifolius (rovo) ed altre.

I confini della Riserva hanno ricalcato terreni demaniali che lo Stato acquistò verso la fine degli anni '50 in seguito allo spopolamento delle campagne; i circa 600 ettari che erano coltivati furono rimboschiti con conifere, perlopiù pino marittimo (Pinus pinaster), pino d'Aleppo (Pinus halepensis), e pino nero (Pinus nigra), che hanno oggi la fisionomia di perticaia.

Il substrato geologico è costituito prevalentemente da argille marnose, marne e arenarie facenti parte del complesso alloctono delle Liguridi, mentre solo la porzione meridionale della Riserva è parzialmente interessata dalla presenza di formazioni neoautoctone di origine vulcanica.

Il clima, di tipo mediterraneo, è caratterizzato da un alto indice di continentalità (ampia escursione termica tra il mese più caldo e quello più freddo) e da una aridità estiva mediamente inferiore rispetto ai valori tipici.

2.1.2. Gli ambienti acquatici

Gli ambienti acquatici abitati dalla tartaruga palustre consistono in piccoli stagni, o pozze, formatisi in aree di contropendenza probabilmente a seguito di eventi franosi; il terreno a prevalenza argillosa e l'affioramento del piano di falda hanno contribuito alla formazione di tali pozze che risultano perlopiù distribuite nella regione centro-orientale della Riserva.

Sotto il profilo idrico le pozze hanno un regime fortemente stagionale, tanto che alcune si prosciugano completamente nella stagione arida (luglio-settembre), e risultano quindi drasticamente dipendenti dall'andamento pluviometrico.

Da rilevare che non tutte le pozze di cui ci siamo interessati nel corso dello studio erano conosciute o segnate in cartografia, in considerazione presumibilmente delle loro limitate dimensioni e quindi del loro difficile rilevamento in zone della Riserva boscate e prive di sentieri. E' comunque merito di Massimo Bellavita, guardiaparco della Riserva, l'aver posto l'attenzione su alcune pozze per la presenza di E. orbicularis, anche attraverso delle osservazioni, a partire dal 1984.

La pozza di studio

Tra le pozze prese inizialmente in considerazione abbiamo preferito quella situata in località 'Vitabbiete' sia per motivi logistici, tra cui la comodità di accesso, sia per la consistenza della popolazione di Emys orbicularis che vi risiede, stimata da precedenti osservazioni, presumibilmente in conseguenza della presenza di acqua durante tutto l'anno e della varietà e abbondanza di vegetazione che forma una varietà di microhabitat.

La superficie della pozza, situata ad una altitudine di 540 m s.l.m., è di circa 800 mq con una profondità massima di 1 m che può ridursi a 40 cm e 1/3 della superficie in estate; è originata da una falda che affiora a pochi metri di distanza.

La vegetazione è costituita da specie tipicamente igrofile; tra gli alberi, il salicone (Salix caprea) radica nell'acqua ricoprendo con la chioma quasi la metà della superficie della pozza e costituendo un microhabitat peculiare, mentre un anello di frassini (Fraxinus oxycarpa) è presente lungo il bordo della pozza. Entro lo specchio d'acqua tra le piante erbacee sono diffuse: Juncus effusus e Juncus inflexus, Ranunculus tricophyllus e Ranunculus ophioglossifolius, Gliceria fluitans, Mentha aquatica, Galium elongatum, Lithrum salicaria, ed altre; tra le alghe verdi si rilevano sia Chara sp., sia alghe filamentose.

Altre specie caratteristiche della vegetazione di altre pozze sono Phragmites australis, Typha angustifolia ed Hottonia palustris, Primulaceae, quest'ultima, presente unicamente in una pozza rilevata durante la ricerca; tale stazione è la più meridionale dell'areale di questa specie, peraltro considerata minacciata (Scoppola e Picarella, 1994).

Per quanto riguarda la fauna, limitatamente ai vertebrati, sono presenti tra gli Anfibi Urodeli il tritone crestato (Triturus cristatus) ed il punteggiato (Triturus vulgaris); tra gli Anuri la rana verde minore (Rana sp. del complesso Rana 'esculenta') è presente abbondantemente, mentre sporadicamente sono state avvistate la rana agile (Rana dalmatina) e la raganella (Hyla arborea), questa unicamente in maggio. Tra i Rettili, oltre a E. orbicularis, la biscia dal collare (Natrix natrix) è soprattutto avvistabile in primavera.

Della comunità di macroinvertebrati presente nella pozza riporto il profilo qualitativo e quantitativo tra i risultati, essendo stato, tale aspetto, indagato in dettaglio.

Cenni sulle altre pozze

La peculiarità dei sistemi ambientali rappresentati da queste pozze, vere 'isole' ecologiche che interrompono l'uniformità del territorio boscato, merita un cenno descrittivo, anche in considerazione del fatto che prima del nostro lavoro non erano mai state oggetto di ricerca.

Mi limito ad elencare, oltre ad aspetti geografici e fisici, il tipo di vegetazione dominante secondo lo stesso criterio usato per la pozza Vitabbiete, nonché le specie caratterizzanti. La descrizione è basata sul periodo primaverile, quando la vegetazione raggiunge il massimo rigoglio. La superficie è stimata in condizioni di massimo livello, presenti in media da ottobre a maggio-giugno.

2.2. Fasi della ricerca e metodi

Lo studio sul campo si è svolto dalla primavera del 1992 all'autunno del 1994 per circa 120 giorni di lavoro effettivo; complessivamente la ricerca si è articolata nelle seguenti fasi fondamentali:

a - mappatura e quadrettatura della pozza, sistemazione di punti di osservazione;

b - primi avvistamenti e cattura degli animali, posizionamento di trappole;

c - catture, marcature e stima di popolazione; prime osservazioni sull'attività;

d - applicazione delle trasmittenti e rilevazione (da ottobre 1993 a settembre 1994) di un ciclo annuale di attività;

e - campionamento di macroinvertebrati;

f - raccolta e analisi di campioni di feci;

g - analisi ed elaborazione dei dati.

2.2.1. Mappatura e raccolta di dati ambientali

La pozza Vitabbiete, scelta per lo studio, è stata cartografata col metodo della triangolazione, usando dei picchetti in legno come riferimenti dentro la superficie e tutt'intorno il bordo della pozza e operando le relative misurazioni tramite una rotella metrica. Il profilo, così ricavato, racchiude una superficie in cui ogni punto (posizione dell'animale) è codificato da due coordinate cartesiane; per facilitare il posizionamento di un punto sulla mappa, sul bordo della pozza sono stati lasciati dei picchetti di legno contrassegnati con diversi colori, riportati sulla mappa stessa e riferiti ad una griglia costituita da quadrati di 4 m di lato che divide in quadranti la pozza. E' stato in tal modo di volta in volta possibile disegnare, con buona approssimazione, i profili della pozza, le principali formazioni vegetali presenti, e altri eventuali caratteri dell'ambiente, suddividendo la pozza in aree di superficie determinabile.

Al centro delle due zone principali della pozza (est ed ovest) sono stati piantati due picchetti graduati in cm per rilevare la profondità.

Caratterizzazione microambientale e campionamento di macroinvertebrati

Per ogni periodo di acquisizione di dati la superficie della pozza veniva suddivisa, in base alla fisionomia della vegetazione, nelle seguenti categorie:

1) alberi (ALB): la parte sommersa è costituita dall'intrico dei fusti e radici, quella aerea dalla chioma (le foglie sono presenti da aprile a novembre);

2) vegetazione acquatica emersa (VAE): rappresentata dalle piante elofite, radicanti al fondo ed emergenti con gli steli dalla superficie dell'acqua (Juncus, Gliceria, Galium le più diffuse);

3) vegetazioe acquatica sommersa (VAS): rappresentata quasi esclusivamente da Ranunculus tricophyllus, che forma delle masse di steli e foglie estese in superficie (struttura a 'T');

4) alghe (ALG): in primavera ed estate invadono la parte sommersa non profonda e illuminata, arrivando a costiture dei cuscini in superficie;

5) acqua libera (ACL): non è presente vegetazione.

Ad ogni punto (sia visivo che radio) di localizzazione dell'animale ho potuto così successivamente, in fase di registrazione dei dati al calcolatore, assegnare la categoria microambientale relativa.

Per stimare la disponibilità di macroinvertebrati presente nella pozza sono stati fatti dei campionamenti stratificati, ovvero suddivisi numericamente in proporzione alle superfici delle suddette categorie vegetazionali ed eseguiti in modo casuale entro una stessa categoria.

Per il prelievo è stato utilizzato un 'cubo' in legno, delle dimensioni di 35 cm di lato, che veniva prima completamente immerso nell'acqua chiudendo poi la faccia inferiore con un cassetto, inserito lateralmente, su cui era stata montata una rete metallica a maglie di 1,5 mm. In tal modo quanto era presente dentro il cubo, compresa la vegetazione che veniva tagliata dopo la chiusura del cassetto, rimaneva nella griglia; il materiale prelevato veniva successivamente smistato e contato. I campioni conservati sono poi stati determinati a Firenze.

2.2.2. Cattura, morfometria e marcatura degli animali

Diversi tipi di trappole sono proposti in bibliografia per la cattura delle tartarughe palustri, funzionanti con o senza esca, legate o meno all'uscita degli animali in basking (Lagler, 1943; Braid, 1974; Vogt, 1980); in generale sono utili in ambienti in cui sia difficile un approccio agli animali direttamente da riva e risultano proficue per popolazioni consistenti.

E' il caso della trappola con esca, a chiusura automatica, sperimentata da Servan (1986) su E. orbicularis, per studi di stima di popolazione col metodo cattura-ricattura; sono a tal fine richieste esigenze particolari quali l'essere svincolati dall'emersione degli animali in basking, non intervenire con catture dirette e mirate, poter scegliere a piacimento vari punti di cattura.

A M. Rufeno, in considerazione della esiguità delle popolazioni di E. orbicularis, la cattura a mano degli animali, dopo paziente appostamento, è risultato un metodo efficace soprattutto se gli animali erano posizionati vicino a riva o fuori durante la termoregolazione, ma anche nelle zone centrali specialmente in periodo di siccità. Altro metodo che ha dato ottimi risultati, alla pozza Vitabbiete, è stato il posizionamento su un sito di basking di una semplice trappola. Si tratta di una rete da pesca (1,3 x 1,3 m) piazzata con dei pesi ben aderente alla vegetazione, in modo che non ostacolasse la salita degli animali e quindi la loro frequenza di emersione in basking; poteva essere ritirata, chiudendosi e intrappolando gli animali che si trovavano sulla vegetazione, tirando dall'altana una fune scorrevole in anelli fissati su un cavo teso sopra il punto di cattura.

E' stato anche usato un sito di basking artificiale, costituito da una tavola galleggiante con bordi inclinati e immersi sotto la superficie dell'acqua; data la posizione prossima all'altana gli animali che vi salivano potevano essere catturati direttamente con un retino da pesca oppure con una rete piazzata sotto la tavola e ritirabile con lo stesso meccanismo illustrato sopra. Tuttavia è stata poi impiegata prevalentemente come mezzo per lo studio del basking che non come trappola, risultando più efficace il metodo precedente.

Inoltre, in relazione ai diversi ambienti che altre pozze presentano, sono stati sperimentati sia l'uso di bilance da pesca munite di esca sia di trappole a caduta costituite da tavole galleggianti con un secchio al centro; solo il primo metodo è risultato efficace anche se impone un controllo costante.

Rilevamento di dati morfometrici

Gli animali catturati sono stati misurati con un calibro (precisione 0,1 mm) e pesati con un dinamometro; le misurazioni effettuate, secondo le convenzioni stabilite da Graham (in Harless-Morlock, 1979) già usate da Lebboroni (1989) sulla stessa specie, sono state le seguenti:

- lunghezza del carapace (LUC)

- lunghezza del piastrone (LUP)

- larghezza del carapace (LAC)

- larghezza del piastrone (LAP)

- lunghezza della coda dal centro dell'apertura cloacale all'estremità (coda1)

- lunghezza totale della coda, dal piastrone all'estremità (coda2).

Queste misurazioni, effettuate in corrispondenza dei punti a massima sporgenza del guscio di ogni individuo, sono più attendibili di quelle riferite ai due assi centrali di confine tra le piastre, che risultano meno indicative delle effettive lunghezze, trascurando i profili reali del guscio.

Sono anche stati all'occorrenza rilevati aspetti morfologici caratteristici, da utilizzare tra l'altro come ulteriore segnale per l'identificazione a distanza dei singoli individui.

Marcatura standard e radio-tagging

Per la marcatura è stato usato un metodo non permanente che permette il riavvistamento degli animali a distanza; è stato pertanto escluso il classico metodo di intaccare secondo un codice il carapace (Cagle, 1939), sia perchè permanente, sia perchè l' individuazione è subordinata alla ricattura dell'animale.

Sono state applicate sul carapace (a cavallo tra il primo e secondo scudo laterale), due targhette in PVC con numero nero su fondo giallo, delle dimensioni di 25x10x1,5 mm, fissate con colla speciale (Syntolit, indicato per marmo e ceramica), che potevano essere rimosse all'occorrenza senza danno per l'animale. Con questo metodo, applicato per la prima volta su E. orbicularis da Lebboroni (1989), sono stati complessivamente marcati 37 animali; solo nei giovani la resistenza nel tempo delle targhette è risultata limitata, verosimilmente sia perchè le minori dimensioni impongono l'uso di targhette più piccole, sia perchè l'accrescimento del carapace ne favorisce il distacco

Sono state complessivamente applicate 10 trasmittenti AVM tipo SM1-H, impermeabili, della durata di circa 400 giorni, incollandole sul carapace con il blocco costituito da pila e trasmittente in posizione centrale e anteriore (in tal modo, nelle femmine, non ostacola l'accoppiamento) e l'antenna, di 30 cm, fissata lungo il margine del carapace (la forme ellissoidale che assume migliora l'emissione del segnale); il collante è lo stesso usato per le targhette. Il peso della trasmittente è di 21 g.

Per la ricezione sono state usate una ricevente portatile AVM a 12 canali (mod. LA 12) e un'antenna YAGI a 4 elementi, oppure un'antenna pieghevole a 3 elementi più maneggevole per seguire gli spostamenti degli animali nel bosco.

2.2.3. Radiotracking e rilevamento di un ciclo annuale di attività

Avvistamento degli animali

L'avvistamento delle E. orbicularis da distanze il più possibile ravvicinate è questione non banale dato il carattere elusivo e diffidente di queste tartarughe. Abbiamo allora provveduto a sistemare dei teli per ripararsi intorno alla pozza e per poter lavorare senza disturbare, soprattutto con il movimento, l'attività degli animali. Si è resa inoltre necessaria la costruzione di un'altana piazzata entro lo specchio d'acqua, dato che le osservazioni dalla riva risultavano limitate oltre che difficili.

L'altana è stata costruita da Massimo Bellavita e dal 'collega' Laurent Soregaroli, con il quale ho condiviso le fasi preliminari della ricerca. Costruita con tubi per impalcature e chiusa da strisce di cannicciato, la struttura ha un piano di 1,3x1,3 m collocato ad un'altezza di 2 m dalla superficie dell'acqua, ed è raggiungibile dalla riva tramite un piccolo pontile in legno lungo circa 10 m. La posizione centrale e rialzata ha favorito notevolmente le osservazioni sul comportamento degli animali, anche in fase sommersa, senza peraltro arrecare loro nessun disturbo apparente. Per gli avvistamenti è stato usato un binocolo 7x35 cui sono stati applicati due filtri polarizzatori per eliminare il riflesso sulla superficie dell'acqua.

Fondamentale mezzo di documentazione, oltre alla trascrizione di quanto osservato, è stata la fotografia; è stata usata una macchina reflex 35 mm con obbiettivo zoom 70-200 e pellicole a sensibilità 100 ASA.

Gli avvistamenti hanno avuto inizialmente la finalità di localizzazione degli animali per la cattura e per la stima dell'abbondanza di popolazione, mentre osservazioni quantitative su aspetti etologici dell'attività sono state effettuate nel 1994, per un totale di circa 160 ore.

Radiotracking

Il rilevamento in qualunque momento della posizione dell'animale tramite radiotelemetria, con possibilità quindi di seguirne gli spostamenti, permette di intensificare lo studio di alcuni membri di una popolazione (Legler, in Harless-Morlock, 1979).

Tuttavia va osservato che il maggior livello di indagine individuale implica in genere un minor numero di animali della popolazione che possono essere seguiti.

Nonostante un successivo utilizzo delle trasmittenti per la rilevazione di spostamenti terrestri, l'uso esclusivo che in partenza ritenevamo di fare delle radio era la determinazione precisa e regolare di posizione degli animali entro la pozza, con riferimento ai vari microhabitat e per la durata di oltre 1 anno a partire dal settembre 1993.

I punti sono stati registrati, nei periodi di studio, ogni giorno per tutta la fase diurna, con frequenza minima di 3 ore e per un totale di oltre 60 giorni di rilevazioni effettive; ogni punto è stato derivato dall'intersezione delle linee di direzione -massima intensità del segnale radio- rilevate da almeno due posizioni opportune, al fine di ottenere la massima precisisione. Ad ogni turno di rilevamenti è stata compilata una scheda con la cartina della pozza per segnare i punti degli animali, integrati dai seguenti dati:

- stato di copertura del cielo (sereno, poco nuvoloso, nuvoloso);

- pioggia (assente, moderata, intensa);

- vento (assente, moderato, intenso);

- grado di illuminazione di ogni punto (diretto irraggiamento solare, situazione di ombra, situazione intermedia);

- tipo di rilevazione (tramite radio o visiva);

- nota eventuale sul comportamento dell'animale (riposo, movimento, alimentazione, basking, accoppiamento, manifestazione aggressiva).

Quest'ultimo punto vale ovviamente per i rilevamenti visivi, anche se tramite radio è possibile capire se l'animale è fermo o in movimento, sulla base della costanza o meno dell'intensità del segnale indicato dall'ampèrometro sulla ricevente.

Sull'altana è stata collocata una capannina meteorologica, ad un'altezza di 50 cm dalla superficie dell'acqua, munita di un termoigrografo, per la registrazione su carta della temperatura dell'aria e dell'umidità relativa.

La temperatura dell'acqua, con la stessa frequenza dei punti radio, è stata rilevata tramite un termometro digitale munito di sonda con termocoppia che è stata applicata all'estremità di un asta graduata in dm, al fine di regolare la profondità di misurazione (superficie dell'acqua, 20 e 40 cm di profondità, fondo, sotto-fondo); le misure standard sono state effettuate dall'altana, dove la profondità è di 50 cm in situazione di massimo livello. Dati quantitativi sulle precipitazioni sono stati forniti dal personale della Riserva e sono rilevati dalla stazione meteo collocata in cima a M. Rufeno.

Registrazione e analisi dei dati di localizzazione

I rilevamenti degli animali sono stati riportati su un foglio elettronico (microsoft Excel) inserendo, per ogni punto individuale, i seguenti parametri: data e ora di rilevazione, posizione espressa in coordinate XY, dato comportamentale, microhabitat corrispondente alla posizione, profondità, condizioni termiche e altri parametri meteorologici.

Attraverso l'applicazione di filtri automatici i dati potevano essere successivamente estratti, dall'insieme di circa 3400 record complessivamente inseriti, secondo i criteri desiderati; in particolare, per gli animali radiomarcati, ho effettuato una selezione di dati standard, cioè comuni a tutti gli animali e riferiti agli intervalli prefissati di rilevazione.

Sulla base di tali punti ho inoltre costruito delle mappe individuali per il calcolo dei parametri di moto giornaliero.

2.2.4. Prelievo e analisi delle feci

Gli studi sulle abitudini alimentari dei Cheloni hanno impiegato tre principali tecniche di analisi quantitativa della dieta:

1 - dissezione del tratto digestivo

2 - flushing stomacale

3 - analisi delle feci.

A queste, con importanza ausiliaria, possiamo aggiungere le prove di alimentazione in cattività e le osservazioni sul campo (Tucker e Fitzsimmons, 1992).

Escludendo a priori il primo metodo, che comporta il sacrificio degli animali, e in considerazione della drasticità e del rischio insiti nell'applicazione del flushing (Legler, 1977), abbiamo optato per la tecnica di analisi delle feci.

Per prelevare campioni di feci gli animali catturati venivano tenuti in dei secchi fino ad un massimo di 24 ore; i campioni, conservati in alcool, sono stati poi smistati e analizzati a Firenze tramite microscopio binoculare a 10 e 30 ingrandimenti.

La conversione dei dati numerici in dati di massa è stata fatta nel seguente modo: con una bilancia elettronica (precisione 1/10.000 g) sono stati pesati gli animali del campionamento conservati in alcool; i valori sono poi stati normalizzati assegnando il valore 100 alla preda più pesante (Triturus vulgaris) e gli altri in proporzione.

Per la maggior parte delle categorie si è considerato, per la stima in peso, un' unica classe dimensionale della preda, mentre per alcune si è ritenuto opportuno considerare almeno 2 classi dimensionali; nel caso, ad esempio, di Aeschna, dalle dimensioni della maschera boccale che si ritrova intatta nelle feci si ricava la dimensione della preda intera.

Il materiale vegetale è stato stimato qualitativamente in termini di frequenza sul volume totale di ogni escremento (indice v, variabile da 0 a 1).

3. RISULTATI

3.1. Parametri della popolazione

3.1.1. Dimorfismo sessuale e parametri morfometrici

Il sessaggio degli animali, spesso effettuabile anche da osservazioni a distanza, si è basato su alcuni caratteri fenotipici, che illustro parallelamente ai dati morfometrici. Il riscontro comportamentale (scontri tra maschi, accoppiamenti, nidificazione) ha poi confermato l'attendibilità dei criteri considerati.

In primo luogo i dati morfometrici relativi agli individui sessualmente maturi e complessivamente catturati nella Riserva rivelano che le femmine sono significativamente più grandi dei maschi; ciò è indicato, sia dalla LUC (media 12 cm nelle femmine contro 11.4 cm nei maschi; t=2.10, p<0.05), che dal peso (media 316 g nelle femmine contro 233 g nei maschi; t=4,44, p<0.01). Ho correlato, per tutti gli individui, la LUC e il peso (r=0.98, p<0.01); si nota che, anche a parità di LUC, le femmine sono più pesanti dei maschi

Tale dimorfismo è dovuto alla forma del guscio che nelle femmine è più ampio, sia per la maggiore altezza di profilo (ne riporta una conferma quantitativa Mazzotti, 1995), sia perché il carapace è di larghezza quasi simmetrica in senso antero-posteriore, mentre nei maschi è molto più stretto anteriormente e slargato posteriormente. Inoltre, mentre nelle femmine il piastrone è piatto, nei maschi è concavo soprattutto nella parte posteriore, per facilitare l'accoppiamento.

Una possibile ragione di tale dimorfismo nella taglia risiede nel fatto che le maggiori dimensioni delle femmine permettono l'incubazione di un maggior numero di uova, riflettendosi in un incremento diretto della fitness. Bury (in Harless e Morlock, 1979) osserva inoltre che, nelle specie con femmine più grandi, la dieta che risulti conseguentemente differenziata (vd cap. Alimentazione) può comportare una riduzione della competizione intraspecifica per il cibo.

la dieta che risulti conseguentemente differenziata (vd cap. Alimentazione) può comportare una riduzione della competizione intraspecifica per il cibo.

Altre due valide ipotesi sono inoltre state avanzate in tale ambito (Berry e Shine, 1980):

1 - la minor taglia dei maschi implica maggior mobilità e quindi migliorerebbe la ricerca delle femmine;

2 - i maschi spenderebbero più energia per la ricerca delle femmine che non nell'accrescimento.

La coda è un altro carattere dimorfico; è infatti significativamente più lunga nei maschi (coda2 media 7.30 cm contro 6.48 cm; t=2.85, p<0.01) e, per la presenza dei due emipeni, anche più grossa nella porzione tra il piastrone e l'apertura cloacale; ciò si evidenzia dal parametro coda1 che in media è inferiore nei maschi (tab. 2).

Un ulteriore carattere sessuale fenotipico, importante per il sessaggio a distanza degli individui, è la più spiccata pigmentazione delle parti molli delle femmine; la testa, in particolare, è più picchiettata in giallo e la mascella è spesso completamente gialla mentre nei maschi la mascella è nera e la testa spesso priva di punteggiature gialle.

Da confermare, come già rilevato da Lebboroni (1989) nella popolazione di E. orbicularis del Parco della Maremma, l'assenza di un dimorfismo nella lunghezza delle unghie delle zampe anteriori, presente in talune specie di Emididi, come in Chrisemys scripta elegans (Jackson e Davis, 1972) dove risulta un fattore importante nella fase preliminare dell'accoppiamento.

3.1.2. Classi di età e accrescimento

La ripartizione degli individui in adulti (sessualmente maturi), giovani (sessualmente immaturi) e nidiacei (fino ad un anno) è quella tipicamente applicata alle tartarughe (Bury, in Harless e Morlock, 1979), in quanto più complessa è una stima precisa dell'età.

Ho considerato immaturi quegli individui che non presentavano i suddetti caratteri sessuali fenotipici; ho classificato come immaturi un totale di 17 animali, dai nidiacei (LUC media 2.49 cm e 3.75 g di peso) ai 9.98 cm del più grande immaturo che ho catturato, il cui peso di 140 g è peraltro sensibilmente inferiore a quello del più piccolo maschio che pure ha una LUC di poco maggiore.

Con l'accrescimento il carapace da subcircolare alla nascita (media LAC/LUC 0.9) diventa progressivamente ellissoidale (LAC/LUC 0.7 negli adulti); la coda nei nidiacei è lunga quasi quanto il carapace (2.42 cm, vd tavola 8) poi diminuisce in proporzione.

Il metodo di contare gli anelli di accrescimento del piastrone (Sexton, 1959b), oltre che di incerta decodificazione risulta inapplicabile agli adulti, sia perché il piastrone si consuma con gli anni divenendo liscio, sia perché gli anelli che si formano sono sempre più piccoli con l'età fino ad un limite in cui non risultano distinguibili. Nei casi in cui un conteggio era possibile ho potuto contare non più di circa 20 anelli, ma sappiamo che le E. orbicularis (i Cheloni in generale) possono vivere molte decadi; Rollinat (1934) riporta di un esemplare vissuto più di 120 anni.

Il conteggio degli anelli è stato invece rilevato negli immaturi, assumendo che ogni anello si formi ad ogni stagione di attività e quindi corrisponda ad un anno; nei casi in cui ho rimisurato lo stesso individuo in anni diversi il riscontro degli anelli conferma la validità del metodo. In tal modo il più grande immaturo risulta di 13 anni. La stima sembra essere in accordo con i dati di cui disponiamo in bibliografia sull'età della maturazione sessuale: 12-13 anni per i maschi e 15-20 per le femmine (Rollinat, 1934). Si nota una velocità di accrescimento notevole nei primi 6 anni che poi diminuisce sensibilmente. Un simile andamento è stato riscontrato anche in Chrysemys picta (Gibbons, 1968b).

3.1.3. Abbondanza e struttura della popolazione

L'individuazione dei confini di una popolazione di animali in natura è un aspetto fondamentale e spesso complesso negli studi di eco-etologia. Gli Emididi, e in generale le tartarughe dulcacquicole, sono perlopiù presenti in distinte e ben definite popolazioni, anche se gli spostamenti terrestri di cui sono capaci questi animali raramente rendono isolate popolazioni di una stessa area (Gibbons, 1970).La popolazione della pozza Vitabbiete è stata censita e marcata in un numero massimo di 24 adulti (8 maschi e 16 femmine); 21 di questi (7 maschi e 14 femmine) sono sempre stati riavvistati nei tre anni consecutivi, mentre i restanti 3 sono stati avvistati solo nel periodo secco in quanto migrati da una pozza temporanea. Il profilo dell'abbondanza degli immaturi risulta più complesso per via della difficoltà di marcatura di cui ho parlato; è comunque certo che la loro presenza nella popolazione non è stabile nel tempo come quella degli adulti. Dei 10 immaturi che complessivamente sono stati marcati durante il lavoro, infatti, alcuni sono stati avvistati solo per brevi periodi; contemporaneamente, comunque, sono stati avvistati un massimo di 4 immaturi.

3.1.4. Sex-ratio

Il rapporto numerico tra i sessi di 1:2, per la popolazione della pozza Vitabbiete, indica una sex-ratio fortemente sbilanciata verso le femmine; il rapporto è confermato anche considerando animali di altre pozze, sia da catture che da osservazioni.

Dati riferiti a grandi campioni di svariate specie di tartarughe palustri indicano una sex-ratio di 1:1 nella maggior parte dei casi; tuttavia sono noti alcuni casi di rapporto sbilanciato verso le femmine, in particolare per piccoli campioni, e perlopiù interpretati come derivanti da improprietà nel campionamento (Bury, in Harless e Morlock, 1979).

Un aspetto fondamentale da considerare, particolarmente indagato su E. orbicularis, è l'influenza della temperatura sullo sviluppo delle gonadi dell'embrione, con possibilità di inversione del sesso geneticamente determinato. In particolare, temperature di esposizione delle uova, nel periodo sensibile, inferiori e superiori all'intervallo tra 28 °C e 29 °C determinano rispettivamente fenotipi maschili e femminili (Pieau, 1974; Servan et al., 1989). Non disponendo di profili termici relativi ai siti di nidificazione non è possibile testare quanto questo meccanismo agisca a M. Rufeno nel modificare la sex-ratio primaria, che assumiamo essere, come di norma, 1:1.

Un aspetto comunque interessante in tale ambito da considerare è che un ipotetico ritorno delle femmine, per la nidificazione, al sito di nascita, rappresenterebbe un meccanismo di sbilanciamento verso il sesso femminile (Vogt e Bull, 1982).

Altre possibili ipotesi sullo sbilanciamento del rapporto sono la differente età di raggiungimento della maturità sessuale e una differente mortalità tra i due sessi (Girondot e Pieau, 1993). Dato che in E. orbicularis la maturità sessuale è raggiunta più precocemente nei maschi che non nelle femmine la prima ipotesi può essere scartata (dovrebbe risultare uno sbilanciamento opposto), mentre rimane possibile la seconda; per l'alto tasso di sopravvivenza annuale che è stimato per questa specie, anche una debole differenza nella mortalità tra i sessi può teoricamente causare un forte sbilanciamento del rapporto numerico.

Infine, dato che ho sessato l'intera popolazione della pozza, nonostante il basso numero, è verosimilmente da scartare l'ipotesi della non rappresentatività del campione. Del resto un confronto con valori di sex-ratio relativi ad altre popolazioni di E. orbicularis conferma l'attendibilità del dato (tab. di seguito).

numero sex-ratio località autore

290 1:2.1 Brenne (Francia) Servan, 1988

96 1:1.18 Parco della Maremma Lebboroni, 1989

103 1:2.4 Bardello (delta Po) Mazzotti, 1995

3.1.5. Stima di popolazioni di altre pozze

La difficoltà di catturare contemporaneamente un campione di animali rappresentativo dell'intera popolazione rende difficile l'applicazione dei metodi di stima basati su cattura e ricattura; il problema è stato tuttavia risolto considerando una serie di riavvistamenti come la fase di ricattura. Per la stima di N ho poi usato il classico indice di Petersen con la correzione di Bailey, consigliato in casi in cui il numero di animali da ricatturare non è deciso a priori (Seber, 1973). L'indice è il seguente: N=M(n+1)/m+1 dove

N=abbondanza della popolazione

M=numero totale di animali marcati

n=numero di animali catturati (avvistati)

m=numero di animali marcati tra quelli catturati (avvistati)

Una prova accettabile della validità del metodo risiede nel fatto che le stime effettuate alla pozza Vitabbiete, quando solo alcuni animali erano stati marcati, concordavano col valore riscontrato poi a censimento compiuto. La validità di tale metodo è giustificata in primo luogo dalle limitate dimensioni delle pozze, che permettono di effettuare transetti di avvistamenti su tutta la superficie in breve tempo; inoltre l'esperienza nell'individuazione degli animali rende avvistabili con la stessa probabilità i marcati e i non marcati.

Molti rilevamenti sono stati condotti in agosto 1994 in occasione di un campo di ricerca della Legambiente; in questo periodo le pozze sono estremamente limitate di superficie per la siccità e quindi gli animali sono concentrati in poco spazio, rendendo più agevoli i transetti. Occorre comunque precisare che ulteriori ricerche sono necessarie per una stima attendibile della popolazione complessiva di E. orbicularis presente nel territorio della Riserva.

3.2. Attività spazio-temporale della popolazione

L' attività annuale della popolazione sulla base di due valutazioni:

1 - numero medio di avvistamenti giornalieri per animale;

2 - presenza di animali per periodo, in termini di numero di animali diversi avvistati.

La popolazione è attiva da marzo a ottobre; il livello di attività cresce fino a maggio, in conseguenza delle ottimali condizioni meteorologiche, della crescita della vegetazione e dell'aumento delle risorse, poi comincia a diminuire; in luglio-agosto l'alta temperatura e la drastica riduzione della superficie della pozza inducono gli animali in una fase di scarsa mobilità, anche se sono comunque avvistabili. Si osserva anzi che la presenza in questo periodo aumenta, per l'immigrazione di animali da pozze temporanee totalmente prosciugate dall'aridità.

In fine estate e primo autunno, con il riempimento della pozza e condizioni termiche nuovamente favorevoli, l'attività ha una ripresa che tuttavia non si traduce in maggior avvistabilità. Infine, con la progressiva diminuzione della temperatura e del fotoperiodo, le E. orbicularis si fermano, sempre dentro lo specchio d'acqua; lo svernamento dura da novembre a febbraio.

La temperatura dell'acqua varia, nei mesi di attività, dai circa 8 °C di marzo (escursione 6.2-10.3 °C) ai circa 22 °C di luglio-agosto (escursione 18.3-25.4 °C); nei mesi invernali la temperatura superficiale può scendere a 0 °C (febbraio 1994), con la superficie della pozza che si ghiaccia parzialmente.

La temperatura del fondo si mantiene in questi mesi più elevata rispetto a quella dell'acqua; la ripresa dell'attività delle E. orbicularis coincide con l'opposta inversione termica.

La temperatura dell'aria, pur misurata in condizioni standard, ha ovviamente un'escursione sia giornaliera che stagionale maggiore: da 1-14 °C in marzo a 18-28 °C in luglio-agosto.

3.2.1. Descrizione dei comportamenti

Presento qui una descrizione schematica dei comportamenti osservati, al fine di illustrare globalmente le variazioni spazio-temporali nell'organizzazione dell'attività.

1 - Basking (B): traducibile come "prendere il sole", si esplica nell'uscita e permanenza degli animali in siti aerei (rive, alberi o altra vegetazione), per aumentare la temperatura corporea fino a livelli mediamente superiori a quelli ambientali (Bury, in Harless e Morlock, 1979). Ogni rilevazione è relativa o ad una osservazione istantanea di emersione in basking o ad una permanenza sul sito fino a 15-20 minuti (tale criterio temporale di registrazione vale anche per i successivi comportamenti). In sostanza più l'animale permaneva in basking più osservazioni registravo.

2 - Alimentazione (A): per ogni situazione di movimento dell'animale in acqua in evidente ricerca e cattura di prede.

3 - Floating (F): definibile come basking acquatico; gli animali sono fermi in superficie, generalmente su vegetazione sommersa (alghe o ranuncolo), con la maggior parte del carapace fuori dall'acqua.

4 - Manifestazione aggressiva (L): ogni episodio di aggressione (principalmente morsi o musate) rivolto da un individuo ad un altro, oppure conflitti prolungati (in tal caso entrambi gli animali sono rilevati).

5 - Accoppiamento (C): anche qui si intende sia un episodico tentativo di monta del maschio sulla femmina, sia prolungate rilevazioni di animali in accoppiamento.

6 - Movimento (M) e riposo (R): in queste due tipologie ho classificato tutte le osservazioni non traducibili secondo gli schemi precedenti. M vale sia per spostamenti dell'animale da una zona della pozza ad un altra (ad es. per il raggiungimento di un sito di basking), sia per movimenti prolungati dell'animale senza che fosse evidente un comportamento alimentare. Lo stesso vale per R: l'animale sosta sul fondo o in superficie, senza apparente diverso comportamento.

3.2.2. Aspetti temporali: variazione stagionale e giornaliera dell'attività

E' importante premettere che in conseguenza delle diverse modalità con cui ogni comportamento si presta all'osservazione e quindi dei diversi criteri con cui è quantificato, l'analisi è stata effettuata entro ogni classe comportamentale, normalizzando il numero di osservazioni al totale, sia esso stagionale o giornaliero. Non ci è sembrato quindi indicativo né opportuno il confronto tra comportamenti diversi.

E' tra marzo e giugno che l'attività è principalmente distribuita; il floating è concentrato tra maggio e agosto, assumendo particolare importanza in luglio-agosto quando il basking aereo si riduce quasi a zero; gli accoppiamenti sono nettamente dominanti in marzo-aprile. Interessante che le manifestazioni aggressive, conseguenza della competizione per le risorse (cibo, siti di basking, accoppiamenti, spazio), sono distribuite equamente nel periodo di maggior attività.

Ho successivamente considerato i dati relativi ai soli animali seguiti con radio (3 maschi e 3 femmine per tutto il periodo), sulla base delle rilevazioni standard. Con questo filtro si elimina la non omogenea distribuzione delle osservazioni considerate nel loro complesso, che risultano concentrate più nelle ore centrali del giorno e riferite alla zona est della pozza, dove è situata l'altana (che è comunque la zona con la maggior parte dei siti di basking e con più vegetazione).

Per evidenziare la variabilità interindividuale l'andamento stagionale dei comportamenti è stato rappresentato in numero medio (con deviazione standard) di osservazioni individuali. Il confronto con la variazione dell'intera popolazione non evidenzia sensibili differenze.

Interessante la conferma, nel passaggio da marzo-aprile a maggio-giugno, dell'aumento relativo di basking. Tale andamento è confermanto anche in termini di durata individuale di tale comportamento (vd cap. Basking), e di maggior numero di siti utilizzati.Più difficilmente interpretabile, per gli stessi periodi, è invece l'apparente diminuzione del comportamento alimentare; in primo luogo è complesso stabilire se effettivamente le minori osservazioni possano indicare una reale diminuzione di tale comportamento; in effetti, anche considerando i punti standard, va qui ammessa una maggiore variabilità nella capacità di osservazione. La maggiore vegetazione presente in maggio-giugno e la minore limpidezza dell'acqua sono fattori limitanti in tal senso.

Per altri Emididi è riportato un aumento del tasso di ingestione con la temperatura dell'acqua (Bury, in Harless e Morlock, 1979; Parmenter, 1980) e l'inizio del comportamento alimentare solo quando, a primavera avanzata, l'acqua raggiunge temperature di almeno 15 °C. Anche il pattern di attività riportato per E. orbicularis da Lebboroni e Chelazzi (1991), nella popolazione del Parco della Maremma, indica un'intensa attività alimentare in maggio-giugno. Vero è che fin dai primi di marzo, con temperature medie di 8 °C, ho rilevato animali in attiva ricerca di prede; in aprile (temperatura media 10 °C, escursione 8.9-11 °C) le osservazioni sono state molto numerose anche per le frequenti piogge che risultano stimolare tale comportamento, azzerando d'altronde quello di basking. In maggio l'alta percentuale di tempo speso in basking comprime il foraggiamento in orari in cui probabilmente l'osservazione è risultata oltremodo limitata.

E'comunque interessante osservare che la temperatura minima di alimentazione è sensibilmente inferiore a quelle riportate per altri Emididi, probabilmente per le diverse condizioni climatiche delle aree considerate in tali studi (continente Nordamericano). Inoltre l'ambito termico di attività raggiunge in tali casi una media di 30 °C e oltre, pur avendo un limite inferiore analogo a quello rilevato a M. Rufeno. In uno studio riferito all'unico altro Emidide mediterraneo (Mauremys caspica) è riportata una temperatura limite minima, per l'alimentazione, di 13 °C (Sidis e Gasith, 1985), più vicina quindi ai valori che ho registrato.

L'attività delle E. orbicularis è risultata esclusivamente diurna; in maggio-giugno gli animali sono attivi in media dalle 5:00 alle 20:00 e non ho mai rilevato movimenti notturni (solo per la nidificazione le femmine sono attive anche di notte). Le tartarughe si fermano sul fondo, generalmente in zone di profondità non eccessiva e spesso presso le rive. Analoga osservazione è riportata da Lebboroni (1989). In un solo caso ho osservato un animale sostare quasi in superficie, appoggiato sulla vegetazione flottante.

La variazione giornaliera dell'attività, a livello di popolazione, indica una maggiore occorrenza dei comportamenti di B, F, L e C la mattina tra le h 10:00 e le h 13:00. A invece avviene principalmente nella prima e ultima fascia giornaliera (pre h 10:00 e post h 16:00). Qualitativamente si nota che B e A presentano una distribuzione oraria complementare; infatti, in condizioni di tempo sereno gli animali sostano in basking anche dalle 8:00 alle 16:00 (ad es. in maggio) mentre si vedono in foraggiamento la mattina fin dalle prime luci e la sera fino a dopo il tramonto.

Si evidenzia in effetti che A e B hanno una occorrenza più equilibrata e nettamente dominante rispetto a F, C e L. Interessante la variazione intersessuale: le femmine sono caratterizzate da una frequenza relativa di punti radio nettamente superiore ai maschi, che quindi sono risultati più avvistati. Questo fatto accorda con altri parametri dell'attività; i maschi sono infatti risultati più mobili in termini di vagilità giornaliera, e tendono inoltre a saturare maggiormente l'area disponibile.

3.2.3. Aspetti spaziali: caratterizzazione e utilizzo del microhabitat

La pozza Vitabbiete e, più in generale, tutte le pozze presenti nella Riserva, sono caratterizzabili da un gradiente di fattori fisici e biotici ritenuti essenziali per il mantenimento della stabilità spaziale di un Emidide.

La bassa profondità dell'acqua (in media inferiore a 1 m), la presenza di vegetazione acquatica (in particolare quella galleggiante), l'assenza di corrente, l'esposizione all'irraggiamento solare sono fattori che risultano generalmente selezionati da molte specie di tartarughe palustri (Cagle, 1950; Sexton, 1959a; Meseth e Sexton, 1963).

Nell'ambito di queste caratteristiche ambientali ho cercato di quantificare un'eventuale relazione tra i movimenti e i comportamenti delle E. orbicularis ed i vari microhabitat. Gli alberi rappresentano una frazione pressoché costante nei vari mesi dell'anno, ad eccezione di luglio-agosto per la drastica diminuzione di superficie della pozza; al contrario, le altre categorie vegetazionali (veg. emersa, veg. sommersa e alghe) hanno un andamento crescente da marzo ad agosto mentre parallelamente decresce la frazione di acqua libera. In settembre 1994, a seguito del riempimento della pozza dopo la siccità, la fisionomia è quella tipica di autunno-inverno, con la quasi totale assenza, ad eccezione degli alberi, di vegetazione acquatica, e l'alta porzione di acqua libera.

Confronto tra disponibilità e utilizzo dei microhabitat

Ho effettuato una prima serie di confronti tra disponibilità e utilizzo dei microhabitat per tutti i punti standard degli animali radiomarcati, indipendentemente dal comportamento, e su base mensile. Anche qualitativamente si evidenzia la non corrispondenza con la disponibilità, indicando una selezione microambientale da parte degli animali. Ho testato le coppie di valori per ogni mese con il chi-quadro; tutti i test sono risultati altamente significativi (p<0.01) indicando che gli animali si distribuiscono spazialmente relativamente ai microhabitat in maniera significativamente diversa dalla disponibilità. La stessa conclusione vale per il confronto sui valori totali; in tal caso le frequenze attese sono state calcolate sommando, per ogni microhabitat, le percentuali di presenza e ricomputando le frequenze sui vari totali.

VAE risulta altamente selezionata da marzo a settembre; VAS da marzo ad agosto e ALG in aprile e giugno. ALB è al contrario preferito in settembre e ottobre.

Questi risultati dimostrano l'importanza della vegetazione acquatica come elemento della nicchia spaziale della popolazione. I dati del campionamento di macroinvertebrati (vd cap. Alimentazione) hanno in effetti evidenziato come quasi tutte le categorie predate da E. orbicularis siano altamente presenti nella vegetazione rispetto ad altri microhabitat.

Interessante anche la selezione di ALB nel periodo autunnale; la relativamente minore attività vista in questa fase (con un crollo nelle osservazioni di basking e alimentazione), sembra indurre gli animali a sostare tra gli alberi in cui trovano verosimilmente sia maggior rifugio, sia la possibilità di rimanere a livello superficiale, sostenuti dagli steli della pianta, potendo emergere eventualmente in basking (alcune osservazioni episodiche lo confermano).

Va inoltre considerato che la scarsa presenza di vegetazione erbacea e la totale ripulitura operata dalla siccità estiva sul detrito organico di fondo, nella zona soggetta a prosciugamento, stimolano ulteriormente lo spostamento verso la zona alberata. Infine l'uso di tale microhabitat per lo svernamento, visto per molti animali, ne conferma l'importanza nelle fasi di bassa attività.

Distribuzione dei comportamenti nei microhabitat

Un altro confronto è stato operato relativamente ad ogni comportamento, sempre considerando le rilevazioni standard; per il basso numero di rilevazioni visive ho effettuato il confronto cumulando i dati sull'intero arco dell'anno. I valori numerici hanno reso opportuna, oltreché giustificabile, la verifica statistica per i comportamenti di alimentazione, movimento e riposo che è risultata significativa (chi-quadro: p<0.05 per A e M, p<0.01 per R).

Riguardo l'alimentazione, è evidente la scelta dei 3 microhabitat con vegetazione erbacea o algale; va considerata questa selezione anche sul piano temporale: data la presenza non perenne (soprattutto per ALG e VAS) di questi microambienti, il livello di scelta è oltremodo elevato, avendo considerato l'andamento sugli 8 mesi di attività.

Non va tuttavia sottovalutato il grado di utilizzo, di poco inferiore alla disponibilità, delle categorie ALB e ACL; le molteplici osservazioni di foraggiamento sul detrito di fondo, in zone prive di vegetazione erbacea (vd cap. Alimentazione), avvalorano questo risultato.

Un dato interessante emerge dalla distribuzione spaziale del riposo (R), elevata quantitativamente su VAS; in effetti le E. orbicularis sostano frequentemente sugli steli galleggianti del ranuncolo, spesso emergendo solo con la testa (per questo non può essere considerato floating), per perlustrare il circostante, trovando sostegno fisico e maggior protezione.

I dati relativi al floating sono eloquenti: il 100% delle osservazioni è relativo a VAS; va precisato che ho considerato veg. sommersa anche le matasse di alghe affioranti sulle quali, da aprile a agosto, gli animali sostano frequentemente. Questo risultato evidenzia l'importanza per E. orbicularis della vegetazione galleggiante da un punto di vista fisico più che biotico; indica inoltre che non è necessariamente o esclusivamente per fini alimentari che le E. orbicularis selezionano il microhabitat VAS, mentre questa considerazione è probabilmente meno valida per VAE in cui l'abbondanza in prede è indubbiamente determinante.

Gli accoppiamenti e le aggressioni, sebbene non ricalcanti la disponibilità, non sono in termini di osservazioni numericamente sufficienti per ritenere che possano avvenire preferenzialmente in uno o altri microhabitat. Del resto anche considerando la totalità delle osservazioni, risulta che gli accoppiamenti sono distribuiti in ambiti eterogenei, indipendentemente dalla categoria ambientale, potendo semmai esistere una debole preferenza per zone a bassa profondità, comunque dominanti su gran parte della pozza. Le aggressioni sono relative a siti, in particolare quelli di floating, o altra risorsa disputata; la distribuzione spaziale di tale comportamento riflette quindi quella di altri parametri, più direttamente correlati al microhabitat.

I dati relativi al floating sono eloquenti: il 100% delle osservazioni è relativo a VAS; va precisato che ho considerato veg. sommersa anche le matasse di alghe affioranti sulle quali, da aprile a agosto, gli animali sostano frequentemente. Questo risultato evidenzia l'importanza per E. orbicularis della vegetazione galleggiante da un punto di vista fisico più che biotico; indica inoltre che non è necessariamente o esclusivamente per fini alimentari che le E. orbicularis selezionano il microhabitat VAS, mentre questa considerazione è probabilmente meno valida per VAE in cui l'abbondanza in prede è indubbiamente determinante.

Gli accoppiamenti e le aggressioni, sebbene non ricalcanti la disponibilità, non sono in termini di osservazioni numericamente sufficienti per ritenere che possano avvenire preferenzialmente in uno o altri microhabitat. Del resto anche considerando la totalità delle osservazioni, risulta che gli accoppiamenti sono distribuiti in ambiti eterogenei, indipendentemente dalla categoria ambientale, potendo semmai esistere una debole preferenza per zone a bassa profondità, comunque dominanti su gran parte della pozza. Le aggressioni sono relative a siti, in particolare quelli di floating, o altra risorsa disputata; la distribuzione spaziale di tale comportamento riflette quindi quella di altri parametri, più direttamente correlati al microhabitat.

Per appurare se i vari comportamenti mostrino un diverso grado di distribuzione nei microhabitat, o se le differenze siano semplicemente casuali, ho effettuato un confronto statistico fra le osservazioni: risulta che la ripartizione è significativamente diversa (G-test con correzione di Williams, 92.599, p<0.001).

Questo dato conferma che le E. orbicularis operano una selezione microambientale in relazione ai principali pattern comportamentali dell'attività. Se consideriamo anche l'alta selettività vista per il comportamento di basking, in relazione ai siti utilizzati (vd cap. Basking), il grado di stabilità spaziale mostrato dalla popolazione risulta oltremodo elevato.

3.3. Movimenti e area familiare

L'analisi dei movimenti delle E. orbicularis è suddivisibile in 2 categorie:

1 - movimenti entro la pozza;

2 - movimenti terrestri.

Questa schematizzazione è stata concettualmente proposta, per le tartarughe palustri, già da Cagle (1944).

L'illustrazione del primo punto comporta la definizione del tipo di strategia di uso dello spazio adottata dagli animali, in senso intra- e inter-individuale; il secondo punto solleva l'interrogativo del significato adattativo di taluni movimenti terrestri e dalla loro relazione con le variazioni ambientali.

3.3.1. Vagilità nella pozza

Sulla base dei dati standard del radiotracking ho potuto valutare l'intensità dei movimenti in termini di distanza minima giornaliera percorsa (DTG), data dall'unione dei punti rilevati nelle successive fasce orarie.

Per l'interpretazione dei dati del radiotracking, dato il basso numero di animali che ho potuto seguire, è importante premettere che l'estrapolazione all'intera popolazione di quanto rilevato va fatta con la dovuta prudenza; è nello stesso tempo critico il tentativo di valutazione statistica degli stessi dati, per l'inevitabile ridondanza del dato intra-individuale.

E' interessante comunque notare che l'intensità stagionale dei movimenti sembra ricalcare fedelmente l'andamento dell'attività come è stata vista sotto il profilo comportamentale. I valori massimi raggiunti in maggio e giugno corrispondono ad un netto innalzamento della temperatura dell'acqua, che risulta ottimale per valori compresi tra 10 e 20 °C.

Il crollo in luglio-agosto corrisponde alla fase di estivazione, con temperature superiori a 20 °C; in effetti in questo periodo gli animali stanno per molte ore fermi sotto la superficie dell'acqua oltre che, come già osservato, in floating; la riduzione della superficie della pozza si ripercuote comunque a priori sulla potenziale vagilità degli animali.

I relativamente bassi valori di settembre e ottobre, pur in condizioni termiche favorevoli (quasi speculari a quelle di marzo-aprile), indicano l'importanza di fattori come l'assenza di vegetazione erbacea, la minore disponibilità trofica, e probabilmente il ridotto fotoperiodo.

Per meglio valutare la relazione esistente tra vagilità e condizioni termiche ho correlato i dati a livello individuale, su una base di 16 giorni di radiotracking nei quali le rilevazioni coprono l'intero fotoperiodo. La correlazione risulta sempre molto debole, avvalorando l'ipotesi dell' esistenza di un livello di attività, per ogni periodo, regolato da una concomitanza di fattori.

Un'ulteriore valutazione, in termini di distanza giornaliera, emerge dal confronto intersessuale dei dati: risulta una maggiore vagilità dei maschi.

La variazione nelle fasce orarie dei valori è in accordo con l'analisi su base comportamentale. Le distanze maggiori sono percorse mediamente nell'ultima fascia (dopo le h 17:30), in cui le tartarughe sono state altamente osservate in alimentazione; i bassi valori della fascia 3 sono da imputarsi all'occorrenza del basking, mentre relativamente elevate risultano le distanze percorse la mattina, sempre per la predominanza del foraggiamento.

L'alta vagilità serale è un risultato interessante; in considerazione del range di temperatura corporea elevato rispetto all'ambiente, raggiunto a seguito del basking (Boyer, 1965) è lecito ipotizzare, in accordo con Hennemann (1979), che questo permetta una maggiore efficienza nello svolgimento delle varie funzioni metaboliche, tra cui la locomozione e l'ingestione di prede.

Al fine di stimare il grado di ritorno dell'animale al punto di partenza degli spostamenti giornalieri ho calcolato, su base individuale e giornaliera, il rapporto DH/DTG, variabile tra 0 e 1 in relazione al grado di chiusura del tragitto (se l'animale torna vicino al punto di partenza il rapporto tende a 0, se si allontana in modo rettilineo il rapporto è pari a 1).

I valori di DH/DTG mediamente inferiori a 0.5 indicano una discreta tendenza al ritorno verso il punto di partenza; va osservato che il sistema è confinato, inducendo a priori un moto non-lineare.

In entrambi gli esempi si notano comunque casi (in maggio) di chiusura anche totale del percorso, concomitanti con alti valori di DTG. L'analisi su mappa di tutti i tragitti giornalieri mi ha comunque indotto a ritenere che gli animali dispongono di un'area, variabile a livello stagionale, nella quale tendono a fermarsi durante la notte, anche se non risulta che ritornino sistematicamente ad un sito preciso; la stessa evidenza è riportata, da dati di radiotracking, per Emydoidea blandingi (Rowe e Moll, 1991) e per Chelydra serpentina (Obbard e Brooks, 1981).

3.3.2. Aree di attività nella pozza

Il sistema altamente definito e confinato in cui vive la popolazione studiata rende tutto sommato inutile il tentativo di stimare gli home range; inoltre la rilevazione del dato comportamentale, correlato successivamente al dato microambientale, aumenta enormemente, rispetto alla pura localizzazione geometrica, l'informazione sull'attività; è infatti su tale criterio che l'analisi è stata impostata.

Fatta questa premessa, le mappe di localizzazione derivate dai dati di radiotracking contengono tuttavia un'interessante informazione relativamente alla variazione inter-individuale nel grado di saturazione dello spazio disponibile.

Nelle mappe è indicata, per tutto il periodo di attività, la distribuzione dei punti di localizzazione standard per due animali (maschio #42 e femmina #24); non ho a tal fine considerato i punti di basking, essendo spazialmente comuni a tutti gli animali.

Due osservazioni mi sembrano opportune:

1) le due distribuzioni di punti si sovrappongono ampiamente; tale aspetto è stato rilevato nel confronto per tutti gli animali, dimostrando una strategia non territoriale di uso dell'area vitale, pur verificandosi, come illustrerò, forme di territorialismo di tipo assoluto, ovvero non necessariamente riferite ad uno spazio determinato (Kaufmann, 1983).

2) il maschio #42 satura completamente l'area disponibile, mentre la femmina #24 sembra avere un centro confinato di attività.

Quest'ultima tendenza, sia pure a livelli meno accentuati, risulta comune nel confronto inter-sessuale anche degli altri 4 animali. Le maggiori distanze mediamente percorse dai maschi confortano l'evidenza della loro maggiore saturazione dell'habitat.

L' organizzazione spaziale secondo home range sovrapposti è già stata descritta per E. orbicularis (Lebboroni e Chelazzi, 1991), e per altre specie palustri, sia a livello qualitativo (Cagle, 1944; Ernst, 1976) che quantitativo (Obbard e Brooks, 1980; Galbraith e altri, 1987; Chase e altri, 1989).

L'osservazione di animali non radiomarcati sempre in aree spazialmente definite della pozza conferma l'ipotesi dell'esistenza di centri di attività, nei quali confronti gli animali manifestano un variabile grado di fedeltà spaziale.

Ho effettuato inoltre un confronto stagionale delle distribuzioni di punti di uno stesso individuo. Si evidenzia come le 2 aree di attività (maggior concentrazione di punti) che si evidenziano nel prospetto annuale, risultino quasi totalmente scorporate considerando i periodi primaverile e autunnale.

Da un punto di vista microambientale i punti primaverili ricalcano la zona con elevata presenza di vegetazione acquatica, quelli autunnali sono interamente confinati in zona alberata; questa evidenza conferma da un punto di vista puramente geometrico la variazione stagionale dell'attività come è stata già rilevata su base comportamentale.

Non sempre tuttavia la distribuzione dei punti è univocamente interpretabile, senza il dato comportamentale. Per la femmina #6, si nota una spaziatura quasi interamente confinata nella zona Sud-Ovest della pozza, caratterizzata da alta profondità e scarsità di vegetazione erbacea o algale; nonostante questo è in tale zona che l'animale prevalentemente si foraggia, spostandosi nella zona Est per il basking.

3.3.3. Spostamenti terrestri

Movimenti terrestri sono stati registrati secondo due tipologie:

1 - migrazioni stagionali tra pozze (Vitabbiete e pozza '54') e altri spostamenti, correlabili e non all'essiccamento dei corpi d'acqua a regime idrico temporaneo;

2 - migrazioni delle femmine tra la pozza Vitabbiete e le aree di nidificazione.

Affronto qui la trattazione della prima, più eterogenea, casistica, rimandando la trattazione della seconda al capitolo sulla riproduzione.

Spostamenti tra pozze

La presenza idrica temporanea che caratterizza molte pozze della Riserva impone alle E. orbicularis che vi risiedono lo spostamento periodico verso altri corpi d'acqua. Tale forma di adattamento a variazioni ambientali è già stata documentata per questa specie da Naulleau (1991). Anche Lebboroni (1989) riporta casi di migrazioni da piccole pozze temporanee verso un canale di normale attività della popolazione.

Un ciclo di attività che comprenda l'uso di 2 o più corpi idrici è stato del resto ampiamente documentato in altri Emididi (Cagle, 1944; Gibbons, 1968a; Sexton, 1959b).

La registrazione a M. Rufeno di taluni spostamenti non collegabili all'essiccamento dei corpi idrici indica che anche altri fattori agiscono nell'indurre una fase 'terrestre' dell'attività.

I seguenti sono esempi tipici di spostamenti tra pozze:

1) la femmina #54, in base al periodo di rilevazione con radio (set. '93 - ott. '94), risulta spendere la maggior parte del ciclo di attività all'omonima pozza, spostandosi alla pozza 1 nel periodo di siccità (luglio-ottobre).

2) la femmina #46 è stata marcata alla pozza 1 nell'estate '92 dove non è più stata avvistata; in maggio '94 era alla pozza 2.

3) il maschio #50 si è spostato in maggio dalla pozza 1 alla 2, ritornando alla 1 in luglio, a seguito della siccità.

4) caso analogo a quest'ultimo riguarda il maschio #36, uscito dalla pozza 1 in marzo '94 e qui riavvistato nell'agosto '94.

Della femmina #54 sono stati rilevati con precisione gli intervalli temporali di migrazione: gli spostamementi verso la pozza 2, effettuati in autunno, sono avvenuti entrambi gli anni in concomitanza di precipitazioni. In particolare, il 12/10/94, l'animale è stato trovato già in prossimità della pozza 2 dove ha sostato in terra in giorni di aridità, parzialmente nascosto tra la foglie, fino al 17/10/94, rimuovendosi a seguito di piogge. E' stato successivamente localizzato presso la pozza (22/10/94), nonostante che questa fosse ancora prosciugata (si è riempita il 27/10/94).

Gibbons (1970) ha rilevato una simile forte correlazione tra l'attività terrestre di talune specie palustri e la piovosità, particolarmente in autunno; al contrario gli spostamenti primaverili risultavano elevati indipendentemente da tale fattore.

Per quanto riguarda gli spostamenti estivi, ho appurato la tendenza (riportata anche da Lebboroni, 1989) a permanere nella pozza fino a quasi totale prosciugamento; in agosto '94 ho avvistato un animale fermo al centro di una pozza ridotta ad un pantano di pochi mq.

Una questione interessante è la valutazione delle cause che spingono gli animali a sostare in pozze che periodicamente si prosciugano. Caratteristica comune a tali pozze è in primo luogo la bassa profondità e, di conseguenza, la presenza abbondante di vegetazione acquatica, aspetto risultato importante, per E. orbicularis, sia sul piano fisico che biotico. Analoga ipotesi è stata avanzata per motivare un pattern emigratorio in Chrysemys picta (McAuliffe, 1978).

Le osservazioni fanno inoltre ritenere che la densità di animali in tali pozze sia mediamente inferiore a quella di pozze permanenti; in considerazione dell'alto tasso di interazioni aggressive che le E. orbicularis manifestano per la condivisione di determinate risorse, è questo un secondo aspetto da considerare.

Per la femmina #54, data la periodicità autunnale dello spostamento, può essere avanzata l'ipotesi della ricerca di un favorevole sito di svernamento, ipotesi sostenuta per altri Emididi (Cagle, 1944; Sexton, 1959b).

Tuttavia la successiva permanenza nella pozza per tutta l'attività primaverile e pre-estiva diminuisce il valore di questa ipotesi; né il confronto dei dati termici indica una più favorevole condizione alla pozza '54', risultando piuttosto una tendenza opposta (vd cap. Svernamento).

Il caso del maschio #50 (e presumibilmente del #36), rappresenta un ciclo migratorio quasi speculare al precedente (fase lunga alla pozza permanente e fase breve a quella temporanea) e di più misteriosa motivazione, visto che non è la siccità lo stimolo per lo spostamento dalla pozza di attività abituale.

Un alto grado di spostamenti terrestri dei maschi in primavera è stato osservato per Chrysemys picta (Gibbons, 1968a); lo stesso autore e successivamente Morreale (1984) indicano che le diverse strategie riproduttive dei maschi e delle femmine possono riflettersi in diversi pattern di movimenti terrestri.

Tuttavia i miei dati sono in tal senso di importanza esclusivamente episodica; e comunque il beneficio, per i maschi, di diminuire la competizione intrasessuale (data la quasi lineare gerarchia di dominanza rilevata alla pozza Vitabbiete), unito alla ricerca di favorevoli siti di foraggiamento sono aspetti probabilmente influenti.

Un ulteriore episodio in tal senso interessante è lo spostamento di un maschio (#14) dalla pozza Vitabbiete verso una piccolo specchio d'acqua presente in stretta prossimità, distante circa 15 m . L'animale vi si è mosso durante una permanenza in basking sulla riva; ha lì sostato tra il 23 e il 24/4/94 per circa 24 h e ho notato che si muoveva molto in ricerca di prede.

Caso di estivazione terrestre e permanenza fuori dalla pozza

I movimenti registrati per una femmina radiomarcata da luglio '94 ad aprile '95 assumono un particolare interesse per il tipo di risposta migratoria alla siccità mostrato.

L'animale è stato marcato con radio in maggio '94 alla pozza 2 dove è rimasto fino a quasi totale essiccamento della stessa (luglio '94). E' stato ritrovato in data 1/8/94 in prossimità del torrente Fossatello (che si prosciuga totalmente nei mesi estivi), avendo ricoperto una distanza lineare di circa 1 km. Si trovava parzialmente interrato in un punto di folta vegetazione arbustiva, con arti e testa retratti. Un simile episodio, sempre per E. orbicularis, è riportato da Naulleau (1991).

La vicinanza al torrente può indicare che l'animale cercasse corpi idrici e, non trovandoli, si sia totalmente arrestato in attesa di più favorevoli condizioni.

Tale comportamento ha presumibilmente la duplice funzione di selezionare condizioni termiche più stabili, diminuendo la disidratazione, e ripararsi da eventuali predatori (Bennett e altri, 1970); per Trachemys picta, durante esperimenti di homing, è stato rilevato l'interramento in casi in cui gli animali non trovano corpi idrici (Yeomans, 1995).

Da rilevamenti fino al 10/8 non ho constatato alcun movimento dell'animale; il 18/9 è stato ritrovato in una pozzanghera in un'area circa intermedia tra il precedente punto e la pozza 2. In questa zona è rimasto almeno fino ad aprile '95; i movimenti registrati entro l'area sono stati notevoli.

Fino a novembre è stato rilevato sia parzialmente interrato poco distante dalla pozzanghera, sia dentro; da dicembre '94 a febbraio '95 ha sostato sul fondo di un'altra pozzanghera distante circa 50 m dalla prima. Da marzo sono nuovamente stati registrati movimenti in terra, anche per circa 70 m in direzione ovest, cioè verso la pozza 2. Infine, in aprile era nuovamente in una delle suddette pozzanghere. Va sottolineato che questi piccoli corpi idrici sono totalmente privi di vegetazione, né filtra luce dal bosco circostante.

L'interruzione dell'emissione del segnale radio non ha permesso di sapere se e quando questa femmina ha completato il ciclo migratorio, tornando alla pozza di partenza.

E' comunque questo descritto un caso esemplare nell'evidenziare, in accordo con Bennett e altri (1970), "le strategie per la sopravvivenza possedute da animali acquatici il cui ambiente possa mutare in situazione terrestre". L'aspetto oltremodo particolare resta comunque la permanenza così prolungata in una fase indubbiamente più definibile come terrestre che acquatica.

Una casistica di movimenti terrestri può essere infine ipotizzata sulla base delle presenze degli animali alla pozza Vitabbiete. Per gli adulti i pochissimi casi - e per brevi periodi - di non riavvistamento rendono arduo ipotizzare l'assenza; al contrario per gli immaturi sembra lecito supporre l'occorrenza di frequenti spostamenti. Una tendenza alla dispersione passiva è suggerita nella dinamica di 500 immaturi marcati in una popolazione fluviale di Trionyx muticus, fam. Trionychidae (Plummer, 1977).

3.4. Svernamento

Durante lo svernamento si e' evidenziata una forte concentrazione di animali nella zona degli alberi. La maggior parte dei punti sono stati ottenuti tramite radio, tuttavia l'avvistamento degli animali #14, 22, 36 e 52 in febbraio '94 ha confermato l'esattezza delle posizioni.

Questi animali sostavano sui fusti sommersi del salice ad una debole profondità (5-10 cm); al contrario i punti degli animali #24 e 42 sono localizzati in una zona di acqua libera con profondità di 50-70 cm; la femmina #6 è l'unica che risulta essersi mossa in modo sensibile tra novembre e febbraio.

La concomitanza di più animali in un ambito piuttosto limitato indica che la scelta del sito di svernamento rappresenta per le E. orbicularis un ulteriore fattore critico nell'organizzazione spaziale dell'attività. Un dato interessante in merito è la discreta fedeltà alla zona di svernamento vista per gli animali #6 e 8 nelle due stagioni invernali consecutive.

Le misurazioni termiche che ho effettuato indicano che la temperatura dell'acqua negli alberi è in media di 1-2 gradi più alta che non in acqua libera, presumibilmente per un effetto di copertura dato dagli alberi che agisce localmente creando condizioni più stabili. Va osservato che in febbraio la superficie dell'acqua era gelata tranne che nelle zone alberate e in minor misura nella parte settentrionale della pozza. Infine va considerato l'ipotizzabile effetto rifugio costituito da tale microhabitat.

Per quanto riguarda gli animali in presunto svernamento sul fango a maggiori profondità, ho già rilevato come la temperatura del fondo sia comunque più elevata, nei mesi invernali, di quella dell'acqua e come la ripresa dell'attività delle E. orbicularis possa correlarsi all'innalzamento primaverile della temperatura dell'acqua rispetto a quella del fondo, come è stato suggerito per Chrysemys picta (Taylor e Noll, 1989).

Studi sulle relazioni termiche di Emididi Nordamericani hanno evidenziato che le tartarughe tendono a 'seppellirsi' sotto il fango ad un livello termico intorno ai 5 °C ipotizzato intermedio fra:

- temperature elevate quel tanto da non causare congelamento dei tessuti;

- temperature basse abbastanza da diminuire il metabolismo minimizzando i costi energetici (Taylor e Noll, 1989).

Va tuttavia considerato che solo per Chrysemys picta è stata dimostrata la capacità di sopravvivere in condizioni totalmente anossiche (Gatten, 1981). Nelle condizioni ambientali che ho rilevato sembra invece che le E. orbicularis preferiscano mantenersi sopra il livello del fondo, a profondità superficiali, evitando lo stress da ipossia e potendo all'occorrenza emergere per respirare. Inoltre la capacità di sfruttare l'ossigeno disciolto in acqua per vie extra-polmonari (epidermide e regione buccofaringea) è stata appurata in molti Emididi (Jackson, in Harless e e Morlock, 1979).

A temperature di 3-4 °C ho comunque notato, seppur verosimilmente per mio disturbo, la capacità di muoversi degli animali.

Una conferma del tipo di selezione microambientale operata dalle E. orbicularis in svernamento viene dai punti precisi (per la più facile accessibilità) rilevati per la femmina #54, svernante all'omonima pozza (num. 2). Ho sempre trovato l'animale sul fondo, ad una profondità dell'acqua non superiore ai 20 cm, in prossimità di giunchi, con temperature, tra novembre e febbraio, dai 3 ai 6 °C. Più volte ho notato movimenti dell'animale (con temperature clocali di 5.4 °C pari a quelle dell'acqua) e spostamenti sono stati registrati anche indipendentemente dal disturbo.

Dal confronto tra le condizioni termiche delle pozze 1 e 2 (Vitabbiete e '54') risulta che le temperature della pozza 1 in zona alberi sono più stabili e mediamente superiori (fino a 3 °C) di quelle della 1. Va tuttavia osservato che il bacino più aperto in cui si trova la pozza '54', e le basse profondità medie, comportano anche più spiccati inalzamenti delle temperature in giorni assolati.

3.5. Basking

Il ruolo fondamentale del basking nella biologia della popolazione in studio è già stato evidenziato in termini di quantità e frequenza temporale con cui questo comportamento si manifesta. Mi è sembrata a maggior ragione opportuna e interessante l'indagine approfondita di alcuni aspetti eco-etologici del basking, nell'intento di costruire un profilo quanto più esauriente di questo comportamento.

La posizione favorevole dell'altana, la possibilità di seguire individualmente gli animali e la stessa facilità di osservazione del basking rispetto ad altri comportamenti mi hanno del resto 'automaticamente' indotto nel concentrare particolarmente su questo aspetto le osservazioni.

Ho tradotto le osservazioni sul basking, in accordo con Auth (1975), in termini di:

- frequenza in basking: numero di animali diversi emersi presenti nei siti di insolazione nell'unità di tempo;

- durata del basking: tempo di permanenza per ogni emersione individuale.

Ho sempre relativizzato l'uscita degli animali in basking ad un determinato sito, in modo standardizzato nei vari mesi; ho inoltre rilevato aspetti prettamente fenomenologici.

3.5.1. Frequenza e durata in basking

La prima valutazione riguarda la variazione stagionale della frequenza in basking a livello di popolazione. L'andamento generale conferma, quantificato a livello indivuale, quello derivato in termini di osservazioni complessive.

Tra marzo e giugno il numero di animali è quasi uniformemente elevato (c'è una variazione di soli 2 animali sui valori medi); considerando la proporzione di animali mediamente in basking sulla popolazione presente, raffigurata parallelamente (linea continua), il risultato è oltremodo eloquente. I valori massimi indicano che, in determinati giorni, la quasi totalità della popolazione è stata avvistata in basking. Per il periodo luglio-settembre è confermato il carattere quasi episodico con cui il basking si è manifestato.

La tendenza generale vista presenta interessanti differenze se consideriamo i sessi; la proporzione relativa di femmine in basking risulta aumentare in maggio (3 individui mediamente in più al giorno) rispetto a quella dei maschi, che invece si mantiene, anche per il minor numero di individui, praticamente costante.

Questa osservazione, nonostante l'esiguità della popolazione renda quantitativamente difficili simili interpretazioni, può dipendere dalla necessità per le femmine di sintetizzare calcio per la formazione delle uova, secondo quanto ipotizzato per Chelydra serpentina (Obbard e Brooks, 1979).

I valori estivi si collocano al contrario in un estremo termico indubbiamente da considerare, mentre in settembre l'episodicità del basking non sembra potersi imputare alle temperature, assumendo semmai importanza il diminuito irraggiamento, sia come incidenza che come durata.

Va comunque considerato che le condizioni meteorologiche erano in settembre particolarmente sfavorevoli; dopo alcuni giorni di basse temperature e piogge, un miglioramento improvviso delle condizioni ha indotto alcune emersioni in basking e non escludo che in condizioni normali l'aumento, rispetto ad agosto, possa essere più consistente.

Una tendenza generale all'aumento di animali in basking con crescenti temperature è stata rilevata per Chrysemys scripta (Auth, 1975), in condizioni tuttavia differenti, sia per il range termico (da 10 e oltre 30 °C), sia per l'elevato numero di individui (fino a 140). Considerando del resto ambiti più ristretti di temperatura la correlazione è anche in tale studio nettamente di minor evidenza, assumendo una portata analoga a quella che ho rilevato.

Anche Boyer (1965) in vari Emididi indica un'influenza della temperatura dell'acqua in termini di valori estremi, mentre l'andamento di frequenza in basking entro l'ambito termico di attività risulta poco variabile.

Durata del basking

La successiva valutazione riguarda la durata media giornaliera di basking, calcolata su una base di giorni di osservazioni prolungate e in condizioni meteorologiche favorevoli (cielo prevalentemente sereno). I valori medi indicano un netto aumento di tale parametro in maggio-giugno rispetto a marzo-aprile (in accordo con l'andamento dai dati di osservazioni).

Il confronto inter-sessuale non rivela, in termini di durata media complessiva, sensibili differenze, che invece esistono tra adulti e immaturi, imputabili con buona probabilità alle differenze nelle dimensioni corporee, che si riflettono in un più rapido guadagno termico negli immaturi, come dimostrato da Boyer (1965).

La correlazione della durata con le condizioni termiche risulta piuttosto marcata; tuttavia, analogamente a quanto osservato per la frequenza, queste correlazioni sono di difficile interpretazione.

Studi su altri Emididi indicano che la durata del basking ha un andamento inversamente proporzionale alla temperatura dell'acqua (Auth, 1975); infatti, minore è la temperatura corporea dell'animale in uscita dall'acqua (strettamente connessa ovviamente a quella dell'acqua stessa), maggiore è il tempo necessario per raggiungere la temperatura critica superiore, cui si assume che l'animale cessi la permanenza in basking (Boyer, 1965).

Un aspetto che ritengo vada preso in considerazione è il limitato grado di irraggiamento di determinati siti di basking della pozza, che limita a priori la finestra temporale entro cui le E. orbicularis possono emergere.

Del resto, nell'andamento stagionale complessivo la relazione teorica ha una validità: da giugno la durata diminuisce, insieme alla frequenza e, con le alte temperature di luglio-agosto, tende ad annullarsi. Le episodiche emersioni in basking di settembre, se pur non rilevate quantitativamente, mostravano una durata sensibilmente crescente (parallelamente ad una drastica diminuzione della frequenza), in sintonia con quanto riporta Auth (1975).

La correlazione tra valori di durata individuale e peso degli animali, parametro che più di altri influenza il guadagno termico (Boyer, 1965), ha dato risultati molto variabili. E' probabile che le differenze in peso non siano tali da determinare sensibili variazioni nell'assunzione di energia; da rilevare tra l'altro casi di valori elevati anche negli immaturi.

3.5.2. Caratteristiche e utilizzo dei siti di basking

I siti di basking hanno caratteristiche comuni in termini di favorevole esposizione all'irraggiamento diretto per un certo ambito della giornata e facilità di accesso dall'acqua, ma non dalle rive (anche i siti di riva sono piuttosto riparati rispetto all'ambiente circostante). Particolarità dei siti della riva Nord è l'inclinazione tale da aumentare l'incidenza solare per gli animali che vi emergono (il versante è esposto a Sud), aspetto di cui Boyer (1965) ha valutato i vantaggi in termini di guadagno termico.

Utilizzo dei siti di basking

Ho quantificato il grado di utilizzo dei vari siti in termini di frequenza massima entro i diversi periodi di studio, sommando semplicemente il numero di animali diversi emersi almeno una volta su ogni sito.

La variazione stagionale di utilizzazione dei siti è evidente: in marzo tutti gli animali si concentrano sulla riva Nord per il semplice motivo che è il sito più a lungo illuminato. Con l'avanzare della stagione l'irraggiamento raggiunge gli altri siti, interamente sfruttati in maggio e giugno.

Alcune particolarità meritano un cenno: l'utilizzazione degli alberi decresce sensibilmente da aprile a giugno per la crescita delle foglie che arrivano a coprire completamente i punti di emersione; la vegetazione emersa al centro della pozza è preferita in giugno, quando è ampiamente irraggiata, probabilmente per il minor rischio che comporta rispetto alla riva Nord che tra l'altro risulta in questi mesi più ombreggiata dalla vegetazione antistante.

Fedeltà ai siti di basking

Per quantificare la distribuzione degli animali rispetto ai siti di basking ho calcolato per ogni giorno la frequenza complessiva in basking rispetto al numero di siti utilizzati. Le femmine risultano utilizzare un minor numero di siti, aspetto che si riflette nella maggiore aggregazione per unità di superficie.

Questo risultato, se si considera che le femmine sono numericamente il doppio dei maschi, è oltremodo eloquente nell' indicare una maggiore stabilità delle femmine verso il sito di basking, aspetto che verosimilmente si riflette nella massimizzazione del guadagno energetico. Dal rapporto, calcolato individualmente, tra il numero di eventi di basking e il numero di siti utilizzati entro un determinato periodo, si ottiene un'indice che misura il grado di 're-basking' per un animale, cioè di ritorno allo stesso sito (Lebboroni e Chelazzi, 1991): l'indice varia da 1 (l'animale ha usato n siti per n eventi di basking) al numero di siti usati (ha usato 1 sito per n eventi). I valori medi, maggiori nelle femmine, dimostrano ulteriormente una diversa strategia di scelta dei siti operata dalle E. orbicularis a livello inter-sessuale. La fedeltà al sito, specialmente per quelli spazialmente limitati, si risolve spesso nella selezione di punti estremamente precisi da parte dello stesso animale.

3.5.3. Aspetti fenomenologici

L'evidenza della selezione operata dalle E. orbicularis relativamente ai siti di basking si manifesta anche dal fatto che gli animali raggiungono i siti con spostamenti lineari e mirati indipendentemente dalla zona in cui si trovano e in cui abitualmente si muovono.

Da prima dell'emersione fino al rientro in acqua a fine basking ho rilevato una sequenzialità così schematizzabile:

- fase 0: l'animale sosta davanti al sito, in superficie, come per ispezionare la zona di emersione. Questa fase è duratura (5-10 min) per i siti di riva e soprattutto al mattino, quando non sono ancora stati usati. Se altri animali sono in basking questa fase è spesso assente;

- fase I: parziale emersione dall'acqua: le E. orbicularis si 'affacciano' al sito con la testa molto protesa, in evidente perlustrazione; anche qui l'occorrenza dipende dal sito e la durata (fino a 15 min) è inversamente proporzionale al numero di animali già presenti sul sito;

- fase II: uscita e stabilizzazione della posizione; la postura che gli animali assumono inizialmente è la seguente:

a) corpo orientato parallelamente all'irraggiamento, con la testa opposta alla posizione del sole

b) arti, testa e coda estesi; in particolare la testa è tenuta molto in alto e tende a mantenere il parallelismo con l'incidenza solare

c) postura generalmente inclinata, tale da aumentare l'incidenza dell'irraggiamento;

- fase III: posizione passiva: il corpo è orientato casualmente rispetto all'incidenza, testa, arti e coda sono retratti quasi completamente. In questa fase gli animali spesso si muovono in punti ombreggiati; tendono inoltre a rientrare parzialmente in acqua, bagnandosi e poi riuscendo.

Questo pattern comportamentale è sostanzialmente analogo a quello descritto da Auth (1975) per Chrysemys scripta.

Un aspetto interessante è la durata della fase II, che diminuisce sensibilmente da marzo a giugno (da 60 a 15 min in media), confermando la funzione di massimizzazione dell'assorbimento energetico della postura assunta, dato che evidentemente con l'aumentare dell'altezza del sole, e quindi dell'incidenza, l'incremento termico è più rapido (Boyer, 1965). Inoltre, da maggio, le fasi II e III tendono ad essere meno distinguibili: gli animali sono molto più mobili sul sito, mostrando una minore tendenza a stabilizzare la posizione di fase II.

Lo stesso Auth (1975) riporta che la posizione degli animali è casualmente orientata in periodi con sole prossimo allo zenith.

In una sola occasione ho misurato la temperatura cloacale di un animale in basking (fase III, 7/3/94); era di 29.4 °C contro una temperatura dell'acqua di 11 °C.

Un aspetto che influenza la fenomenologia del basking è l'alta aggregazione che si verifica nei siti: ho osservato fino a 16 animali, in marzo, in circa 2 m di riva. Non è semplicementela limitatezza dei siti che induce l'aggregazione, visto che l'emergenza degli animali sembra stimolare ulteriori uscite spazialmente molto ravvicinate. Molto probabilmente il minor rischio predatorio individuale all'interno di un gruppo e la maggiore sorveglianza complessiva sono valide ipotesi in merito, analogamente a quanto dimostrato in altri Vertebrati (Krebs e Davies, 1981).

In effetti ho osservato che l'aggregazione è maggiore nei siti di riva (gli unici potenzialmente rischiosi); inoltre il brusco rientro di un individuo, allarmato da un rumore o movimento, induce generalmente il rapido rientro degli altri.

Le E. orbicularis si 'sfruttano' reciprocamente soprattutto in fase II, salendosi sopra per posizionarsi in modo più favorevole; analogo comportamento è riportato per Chrysemys picta (Bury e altri, 1979). Sono questi movimenti, intensi in fase II, e nella precedente fase di emersione al sito, che inducono le manifestazioni aggressive (vd cap. sull'aggressività); invece in fase III i movimenti e le interazioni cessano completamente, e gli animali mostrano una netta indifferenza reciproca.

Note sugli immaturi

Gli immaturi mostrano un'elevata mobilità sul sito di basking, tale infatti da rendere più difficile l'applicazione dello schema fenomenologico visto; hanno inoltre una minore continuità, tornando frequentemente in acqua perlopiù per foraggiarsi sulla vegetazione sommersa.

Va considerato che, in relazione alle minori demensioni corporee, possono incrementare rapidamente la temperatura, ma allo stesso tempo disperdono più rapidamente il calore immagazzinato (Boyer, 1965). Questo fatto può spiegare la loro minore continuità, che tuttavia non necessariamente si riflette in una minore durata effettiva di basking rispetto agli adulti, o comunque non nella misura che potremmo aspettarci dalla relazione teorica.

Nell'uscire in basking non manifestano la 'prudenza' vista negli adulti, né tendono ad aggregarsi. Data la maggiore agilità riescono a raggiungere siti molto sopraelevati e di limitate dimensioni.

Riporto infine il caso episodico di un immaturo visto sostare in terra sulla riva Nord, a 2 m dall'acqua, nel pomeriggio del 15/11/94, senza aver avvistato nessun altro animale. Ritengo che, essendo in una zona parzialmente ancora raggiunta dall'irraggiamento nelle ore centrali, sfruttasse le più favorevoli condizioni termiche aeree rispetto a quelle acquatiche.

Gregory (1982) sostiene che le minori dimensioni corporee dei giovani permetterebbero nei Rettili di raggiungere temperature favorevoli anche in giorni freddi, potendo continuare a foraggiarsi e immagazzinando energie per lo svernamento. Questa ipotesi non è stata tuttavia testata.

3.5.4. Floating

Riguardo questo comportamento Auth (1975) ne riporta, in accordo con quanto ho osservato, le caratteristiche di forma di basking acquatico (cioè su siti sub-emersi) occorrente, in alternativa al basking aereo, ad alte temperature. Per E. orbicularis è stato analogamente descritto da Lebboroni e Chelazzi (1991).

Interessante la frequenza con cui l'ho rilevato fin da aprile sulle masse di alghe flottanti in superficie, con intensi fenomeni di competizione per l'accesso (vd cap. sull'aggressività). Le E. orbicularis rimangono con il carapace quasi completamente emerso, potendo sfruttare l'irraggiamento e presumibilmente anche l'effetto termico del substrato algale. Sexton (1959a) ha misurato un aumento da 14 a 18.5 °C tra la superficie dell'acqua priva di vegetazione e una zona adiacente con vegetazione flottante.

3.6. Alimentazione

Gli unici studi ad oggi disponibili sull'alimentazione di E. orbicularis sono quelli di Lebboroni e Chelazzi (1991) e Lebboroni (1989), in cui è delineata la dieta della tartaruga palustre oltre ad aspetti comportamentali, e Scoccianti (1993), in cui è approfondito l'aspetto di scelta alimentare. In entrambi è stato applicato il metodo di analisi fecale, i cui esiti accordano nel definire E. orbicularis come predatore carnivoro generalista, ma con un'alta preferenza su alcune prede.

3.6.1. Comunità di macroinvertebrati

Sono considerati macroinvertebrati quegli organismi la cui taglia è raramente inferiore al millimetro (Tachet et al., 1987). Nella pozza Vitabbiete sono stati effettuati complessivamente 11 campionamenti distribuiti con cadenza di uno ogni 45 giorni dal giugno 1993 all'ottobre 1994. I dati permettono sia di ricostruire un profilo quali-quantitativo della disponibilità trofica di ogni periodo, sia di seguire la variazione nel tempo dell'abbondanza di ogni categoria presente nella pozza.

Data la notevole diversificazione di forme presenti nella pozza e il buon livello di determinazione tassonomica che è stato raggiunto, mi sembra opportuno presentare un profilo descrittivo delle categorie complessivamente rinvenute, indicando, oltre alla tassonomia, il tipo di substrato e le strategie alimentari di ognuna.

Dai valori di abbondanza numerica si e' osservato un picco dei parametri di diversità e uniformità nei periodi di giugno-luglio e settembre-ottobre di entrambi gli anni, rispettivamente prima e dopo il periodo di siccità.

La ripartizione del campionamento in base alle categorie vegetazionali ha evidenziato che sulla vegetazione emersa (VAE) la quasi totalità delle categorie è presente nella maggiore percentuale rispetto agli altri microhabitat; un' eccezione è rappresentata dagli organismi presenti sul fondo, come i Chironomidi, uniformemente ripartiti indipendentemente dalla vegetazione, mentre gli organismi liberi, come Notonecta e Gerris, risultano comunque più presenti nella vegetazione anche probabilmente in considerazione della più facile cattura.

La presenza degli animali entro una stessa categoria vegetazionale non risulta variare nel tempo; va comunque osservato che un parziale spostamento di nicchia può avvenire in relazione alle categorie vegetazione sommersa e alghe (VAS e ALG), presenti solo temporaneamente. In particolare Plea, Cloeon e Lestes sono abbondantemente presenti in VAS, ma in nessun caso ho riscontrato una selezione esclusiva del microhabitat.

3.6.2. Analisi delle feci

Sono stati complessivamente analizzati 54 campioni, raccolti da aprile a settembre, in seguito a cattura di 31 femmine, 10 maschi e 13 immaturi; da rilevare che in marzo, da 9 animali catturati e tenuti nei secchi, non è stato raccolto nessun campione; ciò può accordare con la relativamente scarsa attività alimentare osservata in questo mese.

Nonostante gli svantaggi ineliminabili del metodo usato, quali la sottostima delle prede totalmente assimilate e l'impossibilità di calcolare il volume di cibo effettivamente ingerito, si è raggiunto un ottimo livello di determinazione e stima numerica delle categorie animali ingerite.

Delle 36 diverse prede incluse nello spettro alimentare, 11 sono terrestri e 25 sono acquatiche, comprendendo queste ultime la quasi totalità dei macroinvertebrati derivati dal campionamento.

Le femmine hanno uno spettro alimentare più diversificato dei maschi (34 categorie incluse contro 22) e degli immaturi (23 categorie), com'è evidenziato dall'indice di diversità. Tale differente selettività predatoria è dimostrata, oltre che dal numero di prede incluse, dalla loro frequenza di inclusione: ad una relativamente omogenea distribuzione di tali percentuali nelle femmine, si contrappone l'alta inclusione di talune prede nei maschi (Aeschna, Cloeon e Plea) e negli immaturi (Plea, Cloeon, Stratiomidi e Tabanidi).

La comparazione delle diete, visualizzata accorpando le prede per categorie tassonomiche, evidenzia nel modo migliore la differente scelta alimentare tra immaturi e adulti: i primi includono i Ditteri, pricipalmente Stratiomidi e Tabanidi, in quantità simile ad Aeschna, ed inoltre assume importanza anche Plea; al contrario negli adulti è dominante, come detto, la predazione sulle larve di libellula. Gli indici di Shannon, ricalcolati sulle categorie accorpate, evidenziano oltremodo la crescente uniformità nel confronto maschi/femmine/immaturi, e la maggiore diversità nella dieta delle femmine rispetto ai maschi.

Un secondo importante aspetto che caratterizza questo cambiamento di scelta alimentare è il differente grado di inclusione di materiale vegetale: in accordo con Lebboroni (1989) le feci degli immaturi contengono quasi completamente materiale animale, mentre negli adulti la quantità vegetale può anche essere, in termini volumetrici, dominante. Il valore medio di v, che quantifica il contenuto vegetale evidenzia quanto sopra detto.

Questo 'shift alimentare' con l'età, da una dieta nettamente carnivora a parzialmente erbivora nonché la maggiore varietà nella dieta dei giovani, è stato osservato anche su altri Emididi (Clarck e Gibbons, 1969; Bury, 1986).

La parte vegetale inclusa nella dieta di E. orbicularis è costituita perlopiù da alghe filamentose, tra le quali si sono trovati frammisti numerosissimi Ostracodi, ed in minor misura da pezzi di foglie o piccoli steli di macrofite. Interessante, particolarmente nelle femmine, il netto aumento di materiale vegetale da maggio ad agosto, mentre nei maschi, dove peraltro il basso numero di campioni rende difficile un confronto oggettivo, la parte vegetale sembra in media inferiore a quella delle femmine (v=0,45 contro v=0,55), mentre il pasto medio, riferito alla parte animale, è maggiore nei maschi.

Lo studio di Bury (1986) su Clemmys marmorata conforta questa osservazione: il maggior fabbisogno energetico, dovuto alle maggiori dimensioni corporee delle femmine, spingerebbe la scelta verso il materiale vegetale, la cui maggiore disponibilità e minor costo di assunzione compenserebbero il minor tasso calorico.

Il confronto stagionale dei risultati evidenzia alcune variazioni nella scelta alimentare sicuramente imputabili alla variazione della disponibilità; in particolare, i Tricotteri sono altamente predati solo in aprile quando ancora sono presenti allo stadio acquatico. In termini di pasto medio per animale non ho rilevato sensibili variazioni; tuttavia va osservato che l'alta variabilità interindividuale nei valori di peso unitario delle feci, unita al basso numero di campioni, impediscono un confronto statistico sia intersessuale che temporale.

E' interessante osservare che un'alta predazione su larve di Odonati, oltre allo 'shift alimentare' con l'età, sono riportati anche per la popolazione del Parco della Maremma (Lebboroni e Chelazzi, 1991; Scoccianti, 1993). Una differenza notevole con tale popolazione risiede invece nel diverso grado di inclusione di prede terrestri, basso a M.Rufeno ed elevato nel Parco della Maremma. Questo aspetto può essere spiegato con la diversa produttività trofica, derivata dai campionamenti, dei due ambienti acquatici (l'alta salinità nel secondo è un fattore critico); la notevole diversificazione e abbondanza della comunità di macroinvertebrati indagata a M. Rufeno probabilmente non rende necessaria la predazione sulle rive. Va poi considerato, in accordo con alcune osservazioni, che molte prede terrestri sono incluse perché cadute in acqua.

3.6.3. Aspetti fenomenologici

Il comportamento di ricerca delle prede varia in relazione ai microhabitat in cui si trova l'animale.

Fin da marzo ho osservato le E. orbicularis in foraggiamento sul fondo (soprattutto presso le rive in ALB e ACL per la maggiore facilità di avvistamento), perlustrando con la testa il detrito vegetale e scattando rapidamente all'occorrenza. Le zampe sono usate per scansare il materiale del fondo solo dopo che è stato vagliato con ondeggiamenti laterali della testa. Ho notato sia casi di perlustrazione lungo tratti di riva muovendosi parallelamente al bordo, sia giri prolungati in aree ristrette più verso il centro della pozza. Nel primo caso le E. orbicularis emergono spesso per controllare il circostante, fermandosi per 1-3 min prima di proseguire il giro; nel secondo caso, in acqua profonda, ho notato un foraggiamento continuo in immersione anche per alcune ore.

Interessante la predazione osservata 2 volte (20/3 e 16/4/94) su una larva di Tricottero: l'animale si aiutava con le zampe per estrarre la preda dall'astuccio di foglie.

Un altra situazione di foraggiamento, frequente in aprile-giugno, è stata osservata sui tappeti di vegetazione galleggiante (VAS); le E. orbicularis sono in tal caso molto più statiche, anche perché l'alimentazione è qui intercalata al floating, muovendo principalmente la testa tra gli steli del Ranunculus e rimuovendo successivamente con le zampe le parti perlustrate.

Altro caso di foraggiamento in superficie avviene a seguito di piogge, quando molte prede terrestri o volatrici sono portate in acqua dalle rive o vi cascano dall'ambiente aereo; ho notato infatti sia animali che giravano in ACL mantenendosi poco sotto la superficie e scattando con la testa verso l'alto per ingoiare la preda, sia altri che perlustravano le rive uscendo anche con la testa dal bordo. L'intensificarsi dell'attività alimentare indotto dalla pioggia è riportato anche da Lebboroni (1989).

In 4 casi ho osservato la predazione su Triturus vulgaris, a conferma dei dati dell'analisi delle feci; la preda, afferrata di scatto col becco, viene poi spezzata e ingoiata usando le zampe anteriori. Non ho invece mai osservato predazione sulle rane, che anzi sembrano evitate a priori, in conseguenza forse dell'alta velocità di fuga di questi Anfibi.

Gli avvistamenti degli immaturi in foraggiamento confortano i dati delle feci; il comportamento di foraggiamento in VAS è stato osservato con maggiore sistematicità e regolarità che non negli adulti, i quali in tale microhabitat sembrano praticare un foraggiamento più passivo e occasionale. L'alta densità in VAS di piccole prede, come Plea, e la maggiore agilità di movimento dei giovani su tali strutture vegetali, possono rendere conto di tale osservazione.

I pattern di foraggiamento che ho descritto genericamente accordano con le descrizioni riportate in bibliografia relativamente ad altri Emididi: Sexton (1959a) per Chrysemys picta, Ernst (1976) per Clemmys guttata, Bury (1986) per Clemmys marmorata.

3.7. Comportamento sociale e aggressività

L'uso di aree vitali ampiamente sovrapposte e l'esistenza di risorse critiche concentrate in poco spazio risultano le cause fondamentali per l'insorgenza di fenomeni di aggregazione e interazione sociale, che spesso si risolvono in comportamenti aggressivi.

La forma principale di aggregazione avviene, come descritto, nei siti di basking. Sebbene tali siti siano a priori limitati, sembra che le E. orbicularis optino comunque per concentrarsi in poco spazio; i fenomeni aggressivi che ho osservato in tale ambito vanno considerati conseguenza di tali concentrazioni.

Un' altra interessante forma di aggregazione avviene, per le femmine, nei siti di nidificazione (vd cap. Riproduzione).

Le altre forme di interazione che ho osservato sono scontri o manifestazioni di dominanza sia palesemente per l'accesso ad una risorsa (sito di basking, sito di floating, partern sessuale, zona di foraggiamento) sia per l'incidentale incontro tra gli individui.

3.7.1. Scontri tra maschi e gerarchia di dominanza

Gli scontri tra maschi sono risultati la forma più intensa di interazione aggressiva, indotta dal semplice incontro e non necessariamente dipendente dall' accesso ad una risorsa.

Da un punto di vista fenomenologico gli scontri si manifestano con musate e beccate mirate sia alle parti molli che al carapace ("biting", secondo Bury e altri, 1979). In taluni scontri appare subito evidente la relazione di dominanza/subordinazione, con l'individuo attaccato che arretra immediatamente in posizione difensiva, retraendo la testa e le zampe, per poi scappare rapidamente cercando rifugio sul fondo; in altri lo scontro può risultare più equilibrato e durare anche 10 o più minuti. Alla fine ho comunque sempre osservato un individuo che si allontana, considerato perdente, ed uno che rimane sul luogo o accenna ad inseguire, considerato vincitore. Un atteggiamento tipico dell'individuo che domina è aprire la bocca prima del biting - "open mouth gesture" - considerato come ritualizzazione dell'intenzione di colpire, con evidente funzione di minaccia (Bury e Wolfheim, 1973, su Clemmys marmorata).

In due episodi ho osservato i due maschi in conflitto che si muovevano in posizione come di accoppiamento; il maschio in posizione superiore sembrava il dominante, infierendo con morsi sulle mascelle del sottostante. Analoga situazione di conflitto particolarmente intenso è segnalata per Clemmys insculpta (Kaufmann, 1992).

L'analisi degli scontri tra maschi ha mostrato una forte univocità nelle relazioni di dominanza: il #17 è risultato vincitore (almeno una volta) con 5 maschi e non è mai stato sconfitto; all'opposto il #26, ha perso con 4 maschi e non ha mai vinto. In effetti, disponendo schematicamente i maschi in base al rapporto individuale tra vittorie e sconfitte (non ho a tal fine considerato gli scontri ripetuti entro la stessa coppia), si ottiene una disposizione spiccatamente gerarchica.

Ho inoltre calcolato l'indice di Landau (Wilson, 1975) che quantifica l'intensità di una gerarchia; il valore, risultato di 0.85, indica interazioni fortemente asimmetriche, con una netta tendenza alla linearità.

La posizione gerarchica dell'individuo non è positivamente correlata con il suo peso, risulta anzi una debole regressione negativa (r=-0.56, p=0.14); va comunque osservato che l'ambito di distribuzione dei pesi dei maschi è ristretto (60 g). Un aspetto non verificabile è la correlazione con l'età, parametro che probabilmente entra in gioco nel determinare il livello di aggressività.

Quanto descritto assume un interesse ed un'importanza notevoli se si considera che studi in natura sul comportamento aggressivo degli Emididi sono pochissimi; l'evidenza di gerarchie stabili è generalmente stata imputata alle condizioni di cattività in cui molti studi sono stati condotti (Boice, 1970; Froese e Burghardt, 1974). Per E. orbicularis, in particolare, l'instaurarsi di un ordine gerarchico per l'accesso ad una fonte alimentare è stato rilevato da Boussekey (1988) sulla base di conflitti, sia inter- che intra-sessuali, indotti in condizioni artificiali.

Tuttavia, sempre per E. orbicularis, l'evidenza di un fenomeno del tutto analogo a quello da me osservato è stata già rilevata in natura da Lebboroni e Chelazzi (1991), nella popolazione del Parco della Maremma; gli autori osservano tuttavia che la situazione di densità alterata presente nel tratto di canale considerato può aver influito nel fenomeno osservato. Anche Kaufmann (1992), per Clemmys insculpta, descrive una gerarchia lineare, con i ranghi significativamente correlati al peso e all'età degli individui.

3.7.2. Altre interazioni aggressive

Minori interazioni aggressive sono rappresentate non da scontri ma da brevi aggressioni, sempre spiccatamente unidirezionali, talvolta in forma di sola apertura della bocca (omg, 5 osservazioni). Il biting, in forma perlopiù di un singolo colpo, con 50 su 62 osservazioni è comunque risultato l'aggressione più praticata; in 7 casi ha seguito un breve omg. Talvolta l'omg può avvenire dopo il biting. La funzione è palesemente la minaccia o la diretta esclusione di un individuo da un sito critico che può essere:

1 - sito di basking (47% delle osservazioni);

2 - sito di floating (35%), precisamente masse di alghe galleggianti;

3 - zona di foraggiamento o altra situazione di incontro in acqua (18 %).

Altro aspetto fondamentale è che sono interazioni sia inter- che intra-sessuali, e talune anche dirette ad immaturi.

La quasi totalità delle suddette osservazioni è stata rilevata in aprile e maggio, solo 3 in giugno e 2 in luglio; inoltre, a livello giornaliero, queste interazioni avvengono perlopiù nella prima metà del giorno, particolarmente tra le h 10:00 e le h 13:00. E' infatti in tale fascia oraria che, come descritto, nei siti di basking della zona est della pozza si osserva l'emergenza degli animali; tali movimenti di conquista dei siti migliori o di stabilizzazione entro i siti provocano le interazioni che poi si smorzano con l'aumentare della durata dell'emersione. La posizione faccia a faccia tra 2 individui è lo stimolo scatenante dell'aggressione; molte volte ho notato che finché gli animali sono iso-orientati non avvengono aggressioni; se uno si trova a muoversi o a passare davanti ad un altro allora è probabile che ci sia la reazione. Ciò accorda con quanto riportato in studi su altri Emididi (Bury e altri, 1979; Lovich, 1988).

Se le suddette interazioni sono state ben documentate in bibliografia, non ho invece trovato riporti di interazioni per siti di floating. Sono interessanti perché si manifesta qui un' accesa forma di difesa territoriale da parte di alcuni animali, in particolare il maschio dominante (#17); la piccola superficie offerta dalle matasse di alghe e quindi il limitato numero di animali che vi possono sostare è verosimilmente il motivo di tale competizione. In effetti ho notato che all'aumentare di tali siti con la stagione, per la crescita della vegetazione, la competizione diminuisce notevolmente.

Le interazioni maschio contro femmina e femmina contro femmina sono risultate, in questo ambito, le più frequenti; faccio osservare che quelle tra maschi sono qui state riportate solo per casi, limitati a 4, in cui non c'è stato vero scontro, ma solo debole manifestazione aggressiva. Ciò è particolarmente interessante perché dimostra che gli scontri tra maschi, anche se indotti dall'accesso ad una definita risorsa, assumono quel valore di interazioni di dominanza assoluta di cui la gerarchia è espressione (Kaufmann, 1983).

Meritano inoltre un cenno le aggressioni femmina contro maschio; 4 delle 6 che ho rilevato sono state mosse dalla femmina con la taglia maggiore fra tutti gli individui che ho marcato (# 6, LUC 13.9 cm, peso 435 g). Anche Kaufmann (1992) riporta, pur nella maggioranza di aggressioni dirette da maschi a femmine, casi limitati di femmine di grande taglia verso maschi più piccoli.

Limitate sono state anche le osservazioni di aggressioni rivolte ad immaturi; va qui specificato che ciò non dipende da una loro minore frequenza di avvistamento, come generalmente si legge in bibliografia (anzi i pochi presenti erano quotidianamente tutti avvistati), ma direi per una loro spiccata tendenza ad isolarsi e mantenersi a debita distanza dagli adulti. Ciò può essere conseguenza del maggior danno che un immaturo subisce da un attacco rispetto ad un adulto. Comunque, anche nei casi di copresenza nello stesso sito, ho spesso rilevato una certa indifferenza da parte degli adulti nei loro confronti.

Per quanto riguarda infine la dinamica di queste interazioni, le osservazioni fanno ritenere che ci sia un riconoscimento individuale su base visiva ed eventualmente olfattiva; in alcuni casi l'odorazione della coda precede o l'aggressione o l'allontanamento dall'individuo 'annusato'. Nella maggioranza dei casi è scacciato l'individuo che tenti di usurpare chi già è sul luogo o risorsa disputati. Di seguito riporto la descrizione di alcuni episodi particolari:

- maschio #12 omg verso maschio #17 (dominante); poi è il #12 stesso che si allontana, nonostante nessuna apparente reazione del secondo;

- femmina #6 annusa posteriormente maschio #22 che la colpisce; poi #6 ricolpisce e #22 s'allontana;

- femmina colpisce da dietro maschio #14, che s'allontana senza nemmeno girarsi.

In conclusione, essendo generalmente scartata l'ipotesi dell'esistenza, negli Emididi, di dominanza o territorialismo relativo, sembra invece opportuno poter parlare, per l'interpretazione dei fenomeni descritti, e secondo la definizione di Wilson (1975), di "territorialismo fluttuante o spaziotemporale", in cui l'animale difende solo l'area in cui si trova momento per momento e l'eventuale risorsa cui sta accedendo. In particolare per i maschi l'esistenza di una forma stabile di dominanza assoluta sembra evidente; l'instaurarsi di un sistema sociale gerarchico, in termini evolutivi, è verosimilmente il risultato della coabitazione di molti individui in un'area ristretta e definita (Brattstrom, 1974).

Un aspetto interessante in tal senso è che l'allontanamento dall'area rappresenta, per i subordinati, una possibile risposta indotta da tale sistema; questa ipotesi sembra particolarmente valida per i giovani (Kaufmann, 1983). In effetti i frequenti movimenti terrestri che ho ipotizzato per gli immaturi potrebbero essere dovuti alla difficoltà di inserirsi nel sistema gerarchico degli adulti. Del resto gli stessi spostamenti degli adulti verso pozze temporanee possono essere motivati, come visto, dalla minore densità e quindi minore competizione presente in tali ambienti.

3.8. Riproduzione

3.8.1. Accoppiamenti

L'accoppiamento è il comportamento risultato più difficile da osservare, sia per la lunga durata, sia perché gli animali si muovono molto impedendo una continuità di rilevazione.

Fra i 32 accoppiamenti che ho riportato, in un solo caso ho osservato direttamente la copulazione, gli altri sono riferiti a fasi, di durata estremamente variabile (da pochi minuti a oltre 24 ore), in cui il maschio tenta di accoppiarsi permanendo sopra la femmina. Non essendo quindi in questi casi sicuro dell'esito del fenomeno, un'alta percentuale delle osservazioni va considerata come tentativo di accoppiamento, non necessariamente seguito da fecondazione.

In un solo caso ho osservato l'approccio di un maschio ad una femmina in un sito di basking, altrimenti l'accoppiamento avviene sempre in acqua.

Come già osservato da Lebboroni (1989), le mie osservazioni confermano che non c'è, in E. orbicularis, una fase definibile come corteggiamento; infatti il maschio si avvicina repentinamente alla femmina e, dopo un eventuale riconoscimento probabilmente su base olfattiva (avvicina infatti la testa alla cloaca della femmina), le monta sopra dalla parte posteriore, aggrappandosi con le unghie anteriori ai bordi antero-laterali del carapace della femmina e appoggiando quelle posteriori sul margine posteriore dello stesso.

Procedure preliminari all'accoppiamento sono invece state osservate per Chrysemys scripta elegans (Jackson e Davis, 1972) e Trachemys scripta (Lovich e altri, 1990); si tratta in sintesi di contatti e vibrazioni frontali delle zampe anteriori del maschio contro la testa della femmina. La funzione sembra quella di immobilizzare la femmina testando contemporaneamente il suo grado di disponibilità; infatti, nei casi di scarsa cooperazione della femmina, il rituale può prolungarsi molto fino a mutare in aggressione. Per Kinosternon flavescens (fam. Kinosternidae, Lardie, 1975) una fase preliminare 'tattile' prima della monta può divenire vero inseguimento e cattura della femmina; talvolta invece il maschio monta direttamente sulla femmina.

L'esistenza quindi, anche in questi casi, di un rituale fisso definibile come corteggiamento è discutibile, potendo semmai interpretare tali comportamenti come strategie per immobilizzare la femmina. In particolare la capacità della femmina di eludere il maschio, anche con controaggressioni, potrebbe aver agito nell'evoluzione di rituali preliminari alternativi all'accoppiamento forzato (Berry e Shine, 1980).

Tuttavia in E. orbicularis la strategia più efficace sembra l'approccio immediato (faccio qui presente che i pochi casi rilevati di colpi dati dal maschio alla femmina dopo odorazione della coda non sono mai stati seguiti da monta, e sono quindi considerabili come generica manifestazione aggressiva); successivamente, quando il maschio tenta di copulare, si ha invece una vivace conflittualità, come riportato già da Rollinat (1934). Il maschio alterna una posizione anteriore in cui colpisce ripetutamente la testa della femmina cercando di fargliela retrarre, presumibilmente per immobilizzarla, e una posizione posteriore e col corpo fortemente inclinato, in cui spinge la coda sotto il piastrone della femmina, tentando di copulare.

Questa fase può essere, come ho accennato, anche molto lunga, in conseguenza dell'indifferenza e spesso resistenza generalmente mostrate dalla femmina (in un caso ho osservato la femmina dare delle unghiate con le zampe anteriori verso la testa del maschio); il maschio alterna periodi di intensa aggressione, ondeggiando col carapace sopra la femmina e colpendola con la testa, a periodi di stasi. Può capitare anche che scenda e risalga dopo alcuni minuti; in un caso il maschio si è girato completamente sopra la femmina, penso perché attratto da una preda. La stessa femmina spesso continua nell'attività di foraggiamento anche col maschio sopra e talvolta ho notato che cercava di uscire in basking. Non posso escludere che in taluni casi di lunga permanenza del maschio sulla femmina (in assenza di conflitti) la fecondazione fosse già avvenuta, secondo quanto osservato da Rollinat (1934).

Queste osservazioni fanno ritenere che nonostante la femmina non possa eludere l'accoppiamento, può rifiutare l'inseminazione; Kaufmann (1992) ha stimato, per Clemmys insculpta, che fino all' 84.5% degli accoppiamenti osservati non si è concretizzato nella fecondazione.

Nel caso episodico che ritengo di copulazione (o forse la fase immediatamente successiva) il maschio e la femmina erano col corpo quasi verticale, entrambi con la testa parzialmente retratta; la femmina aggrappata ad un giunco con le zampe anteriori, mentre il maschio tendeva a ribaltarsi indietro quasi completamente e a ruotare fino quasi a far combaciare i due piastroni; le code erano unite, ma la scarsa luminosità mi ha impedito di appurare se fossero in copulazione. Ho osservato il fenomeno per 10 minuti (18/4, h 7:20-7:30), poi la femmina si è allontanata.

Grazie alla marcatura individuale ho potuto costruire una matrice degli accoppiamenti, e, nonostante il numero di osservazioni non sia elevato, è interessante osservare che il numero di accoppiamenti o tentativi per ogni maschio non risulta correlato con l'ordine gerarchico con cui i maschi sono disposti (r=-0.13, p=0.60).

Una correlazione positiva è invece qualitativamente descritta da Kaufmann (1992) per Clemmys insculpta, attribuendo ai maschi di alto rango la maggiore abilità di scacciare altri maschi in accoppiamento, la capacità di resistere a simili attacchi e la maggior efficienza nel localizzare le femmine.

Ho osservato i seguenti tre episodi di disturbo (inseguimento ed eventuale biting) di un maschio verso un'altro in accoppiamento:

- 2 maschi (#42 e #12) seguivano il #14 ma non c'è stata aggressione;

- il #14 ha attaccato il #17; questo è sceso ed ha a sua volta attaccato il #14, scacciandolo;

- il #17 ha colpito il #12.

E' interessante osservare, per gli ultimi due casi, che l'esito dello scontro è in accordo con la posizione gerarchica dei maschi.

Alla luce di quanto detto resta comunque difficile stabilire se e con quali criteri esiste una priorità d'accesso all'accoppiamento; la maggiore mobilità di taluni maschi (è il caso del #14, sempre e dovunque avvistato) può aumentare il numero di femmine contattate, ma non è detto che ciò si rifletta in un maggior numero di effettivi accoppiamenti.

3.8.2. Nidificazione e schiusa

La nidificazione è stata osservata dal 19 al 26/6/94, ossia dal ritrovamento di una femmina radiomarcata al sito di nidificazione, fino al ritorno verso la pozza dell'ultima femmina vista deporre.

L'intero processo migratorio può essere schematizzato nelle seguenti fasi:

1 - spostamento verso la zona di nidificazione;

2 - permanenza entro la suddetta area: ricerca del punto di nidificazione, scavo e deposizione;

3 - ritorno alla pozza 'Vitabbiete'.

Movimenti verso e dai siti

L'esistenza di 2 aree di nidificazione nettamente distinte comporta, in base ai tragitti che ho potuto seguire, due diversi meccanismi migratori, correlati evidentemente alle diverse distanze che separano tali aree dalla pozza.

Il sito 1 dista poco più di 100 m in linea d'aria dalla pozza; le due femmine che ho seguito hanno compiuto due circuiti migratori ciascuna della durata massima osservata di 36 ore. La fase di permanenza nel sito sembra in tal caso temporalmente limitata, indipendentemente dall'esito della deposizione.

Il sito 2 dista invece in media oltre 400 m dalla pozza, con terreno a forte inclinazione e dislivello di quasi 100 m; avendo trovato già in zona le due femmine non è stimabile la durata complessiva della migrazione; si tratta comunque, ad es. per la #24, di almeno 4 giorni pieni di permanenza e 24 ore per il ritorno alla pozza.

La distanza percorsa, in particolare in questa seconda situazione, non deve essere sottovalutata; il confronto con i pochi casi riportati in bibliografia, relativi a siti di nidificazione esterni all'home range abituale, ne avvalora la portata; in effetti le raramente le distanze documentate superano i 500 m (Congdon et al. 1983 per Emydoidea blandingi; Gibbons, 1968a per Chrysemys picta; Obbard e Brooks per Chelydra serpentina).

Per il sito 1 gli spostamenti sono stati osservati la sera tardi per l'andata e la mattina per il ritorno; i due movimenti di ritorno dal sito 2 sono invece durati dal pomeriggio al giorno successivo; gli animali si sono fermati solo a buio completo e nel bosco in entrambi i casi.

Ho notato che la progressione sul terreno procede continua tranne casi di disturbo in cui l'animale si ferma per alcuni minuti; anche avvicinandomi non ho notato nessuna reazione di difesa, come la retrazione della testa. Da un confronto fra le distanze percorse nell'unità di tempo ho rilevato valori molto variabili; in media comunque i valori non sono superiori a 100 m percorsi per ora.

Interessante, per entrambi i tragitti dal sito 2, la preferenza verso la zona boscata piuttosto che per il terreno aperto; da rimarcare che la femmina 24 ha raggiunto il fossato emissario della pozza e l'ha seguito per gli ultimi 100 m, soffermandosi in una pozzetta per più di 1 ora nonostante si trovasse a meno di 20 m dalla pozza Vitabbiete. Anche in un'altra occasione, probabilmente estranea alla nidificazione (maggio 1995), una femmina è stata trovata sul ruscello a 100 m dalla pozza (Bellavita, com. pers.). Anche Servan (1987 e 1989) riporta una netta preferenza delle E. orbicularis per i corsi d'acqua nelle emigrazioni da uno stagno.

Nonostante le scarse conoscenze sui meccanismi di orientamento degli Emididi, l'ipotesi dell'importanza di tratti fisici locali sulla capacità di homing è stata positivamente testata (Emlen, 1969); nel caso specifico anche la presenza d'acqua è da ritenersi fattore di indubbia importanza.

Movimenti entro l'area di nidificazione

Nelle cartine con i tragitti migratori non ho riportato, per semplicità, il dedalo di spostamenti che ho registrato entro ogni area per le 4 femmine radiomarcate. Del resto, al fine di evitare ogni possibile disturbo in questa fase delicata, ho cercato di mantenermi a debita distanza, rilevando con frequenza oraria la posizione e se possibile il comportamento degli animali. Il lavoro era reso oltremodo complesso dal fatto che la nidificazione comincia nel pomeriggio protraendosi, nel caso in cui ho seguito l'intero processo, per tutta la notte.

Per le femmine #20 e #8 (sito 1) i movimenti avvenivano nella fascia alta della grande frana, presente in direzione Sud-Est rispetto alla pozza Vitabbiete, subito fuori dal bosco; è un' area a forte inclinazione, esposta a Sud, con rada vegetazione arbustiva ed erbacea, e ampie superfici di terreno nudo. Tali movimenti sono probabilmente da imputarsi alla ricerca del miglior punto di deposizione; nelle 4 diverse permanenze ho registrato un arresto dopo il tramonto e fino alla mattina successiva.

Entro la seconda area di nidificazione i movimenti delle femmine #6 e #24 sono risultati analoghi, con la fase di spostamenti concentrati nel pomeriggio-sera e mattina (rispettivamente verso e dal punto di deposizione) e in più una fase di arresto diurno in piccole pozzanghere che si formano, in questa zona, a seguito di piogge.

Questi corpi idrici rappresentano una risorsa critica per la nidificazione per almeno due motivi fondamentali: limitare la disidratazione nelle ore più calde e poter riempire le sacche cloacali con cui le femmine bagnano il terreno per lo scavo (Lanza, 1983). Sono inoltre un buon rifugio; infatti gli animali vi si fermano interrandosi parzialmente nella fanghiglia del fondo, risultando completamente mimetizzati.

E' possibile che la pioggia agisca come stimolo per la migrazione (in particolare per il sito 2), formando questi microhabitat critici oltre che, come già osservato su altri Emididi, favorendo in genere gli spostamenti terrestri (Sexton, 1959b; Gibbons, 1970). Per Kinosternon baurii (fam. Kinosternidae) è stato suggerito che l'umidità del terreno a seguito di piogge favorisca la costruzione del nido (Wygoda, 1979). Nel giugno '94 sono state registrate piogge nei giorni 11 e 12 (46 mm in totale) dopo un periodo di siccità di oltre 20 giorni. Va osservato che alla fine della nidificazione (25/6) le pozzanghere erano totalmente prosciugate.

Il plenilunio del 23/6 può essere un secondo fattore meteorologico da considerare, forse anche per le migliori condizioni di luminosità notturna durante la deposizione.

Una conferma dell'importanza per la popolazione studiata dell'area di nidificazione 2, nonostante il processo risulti più lungo rispetto alla 1, è stato il ritrovamento di altre 3 femmine marcate; due di queste (19 e 32) erano in una pozzanghera di cui sopra il 20/6 h 18 e sono poi state riavvistate il 25/6 alla pozza Vitabbiete; di un'altra (#38) ho osservato la deposizione tra il 25 e il 26/6.

Il totale di 7 femmine che ho quindi rilevato in nidificazione, tutte della stessa pozza e tutte concentrate nelle 2 aree, da idea dell'importanza del fenomeno migratorio nell'ambito della popolazione.

Resta un problema aperto se e come avvenga una scelta attiva di una o dell'altra area e se, in caso affermativo, esista una fedeltà negli anni al sito di nidificazione. Sembra comunque difficile considerare casuale il raggiungimento in particolare della zona 2, anche per il maggior numero di femmine che l'ha effettuato; infatti, mentre la 1 è il punto non boscato più vicino alla pozza Vitabbiete, la zona 2 pone problemi interpretativi non immediati, dati i costi e rischi che comporta un simile allontanamento dall'area di normale attività. Un aspetto importante può essere il fatto che è situata in prossimità e in direzione del torrente Fossatello, da cui si può ipotizzare sia avvenuta l'ancestrale colonizzazione dell'area della Riserva.

Obbard e Brooks (1980), per Chelydra serpentina, alternativamente all'ipotesi che le femmine in migrazione si fermino semplicemente nel primo sito favorevole che incontrano, ipotizzano o un ritorno regolare ad un'area trovata precedentemente nella vita riproduttiva oppure un ritorno, per imprinting precoce, al sito natale, in analogia con quanto suggerito per Chelonia mydas (fam. Cheloniidae; Carr e Carr, 1972).

Deposizione e caratteristiche dei nidi

In un solo caso ho potuto osservare lo scavo del nido; la femmina si è spostata alle 16 dalla pozzanghera dove sostava il giorno (zona 2 ) verso una radura distante 10 m; ha scavato dalle 16.30 alle 18.00, poi si è allontanata senza deporre, probabilmente per mio disturbo. L'estrema cautela e diffidenza nella fase di pre-deposizione è riportata anche per Emydoidea blandingi, con casi di abbandono di nidi parzialmente costruiti (Congdon et al., 1983). Lo scavo è fatto con le zampe posteriori, alternando per ognuna una serie di raspate (in media 8 ciascuna); l'animale tiene una posizione fortemente inclinata, gravando sulle zampe anteriori distese e tenendo la testa protesa verso l'alto. L'importanza della coda, sia come sostegno che per l'irrorazione del terreno, è riportata da Ewert (1976) come caratteristica specifica di E. orbicularis. Tuttavia anche per Pseudemys scripta è stata osservata l'irrorazione del terreno con fluidi delle vesciche cloacali (Cagle, 1950).

I tempi di scavo e le dimensioni del nido sono verosimilmente soggetti a forte variazione sia interindividuale che in relazione alla natura del terreno; Rollinat (1934) riporta, in cattività, tempi di 30-45 min per lo scavo, dimensioni del nido di 9x6x12 cm (lungh., larg., e profondità dello scavo) e fino a 16 uova deposte.

Le dimensioni dei 7 nidi (2 intatti, 3 predati e 2 solo scavati) che ho ritrovato a M. Rufeno non superavano i 5x7x6 cm e un numero di 5 e 4 uova; il terreno sassoso è sicuramente influente in tal senso e non escludo che l'impossibilità di scavare un nido adeguato sia la causa dell'abbandono del nido. Del resto i complessi movimenti registrati entro le aree indicano l'importanza di una selezione del sito di deposizione; è probabile che tentativi infruttuosi di nidificazione siano frequenti.

L'unica femmina che ho trovato in deposizione era già presente sul sito alle h 19:00, e ci è rimasta fino alle h 6:00 del giorno successivo; dalle 5 ho notato la ricopertura del nido, fatta con erba accuratamente disposta con le zampe sopra il nido. Comunque, pur ammettendo una variabilità fra individui, anche i casi rilevati a distanza fanno ritenere che, indipendentemente dal tempo di deposizione, le femmine permangano sul sito fino all'alba.

Lo stesso Rollinat (1934) riporta, per la sola deposizione, forte variabilità: da 7 uova in 8 minuti a molte ore.

L'attività tardo-serale e notturna di nidificazione è già stata riportata sia per E. orbicularis (in cattività da Rollinat, 1934; in natura da Servan, 1988) sia per Chrysemys picta (Legler, 1954), Emydoidea blandingi (Congdon et al, 1983; Linck et al, 1989) e Chelydra serpentina (Punzo, 1976).

Le cause di una simile scelta temporale sono probabilmente da ricercarsi nelle più favorevoli condizioni termiche; Congdon e altri (1983) osservano che le ore serali e notturne coincidono con l'incremento dell'attività dei predatori; specie piccole e vulnerabili, come Chrysemys picta, in determinate aree nidificherebbero di giorno per la minore pressione predatoria, a differenza di specie più grosse, come Emydoidea blandingi, ritenute virtualmente immuni dalla predazione. L'atteggiamento particolarmente diffidente che ho rilevato per E. orbicularis è comunque significativo, anche se difficilmente per un individuo adulto può esistere un rischio predatorio.

Le uova trovate avevano dimensioni medie di cm 1.9x3.15. In uno dei due nidi 3 uova su 4 (di cui una rotta) erano rimaste esterne; evidentemente la femmina non era riuscita a sistemarle e coprirle, probabilmente per l'esiguità dello scavo.

Aspetti del sito di deposizione

Il terreno aperto e il versante assolato risultano indubbiamente gli aspetti caratterizzanti di entrambe le aree di nidificazione; tuttavia, affinando la descrizione ai singoli siti di deposizione, ho qualitativamente osservato una serie di caratteristiche comuni che possono avvalorare l'ipotesi che le E. orbicularis operino una scelta fine del sito, anche in considerazione dei complessi movimenti registrati entro l'area.

Il nido è stato scavato, in 5 casi su 7, nella immediata prossimità di un arbusto (anche proprio sulla zona radicale), sempre però posizionato in modo che non venga da questo ombreggiato. Invece il versante opposto, indicato dalla posizione della coda della femmina che scava, non ha vegetazione arbustivo-arborea (nel raggio di almeno 5 m) tale da poterlo ombreggiare, almeno per gran parte del giorno; l'esposizione (e in 6 casi su 7 anche l'inclinazione) di tale versante è infatti risultata variabile tra Est e Sud-Ovest. Ho inoltre osservato, relativamente all'area 2, che i siti sono sempre in punti sopraelevati rispetto al livello in cui si formano le pozze e gli allagamenti a seguito di piogge.

La concomitanza di questi fattori non sembra casuale, indicando la scelta di un sito il più possibile esposto all'irraggiamento; la presenza prossima di un arbusto può avere sia la funzione di riparo durante la deposizione, sia il fatto che in vicinanza delle radici si trovi terreno più scavabile. In effetti, per l'assorbimento delle sostanze insolubili, le radici hanno un potere solubilizzante sulla fase solida del suolo (Tonzig, 1948).

L'incremento, in termini di gradi/giorno, dovuto alla selezione di siti assolati (esposizione e inclinazione verso sud, bassa copertura vegetale) rispetto a siti randomizzati è stata dimostrata per Chrysemys picta (Schwarzkopf e Brooks, 1987). Aspetti microambientali analoghi a quelli osservati sono riportati inoltre per Chelydra serpentina (Petokas e Alexander, 1980).

A titolo indicativo riporto, nella seguente tabella, un profilo giornaliero (21/6) della temperatura del suolo e dell'aria in prossimità dei nidi dell'area 2.

ora T suolo T aria

7:30 20.0 18.2

8:30 22.6 20.7

9:30 25.4 20.7

12:30 32.8 22.3

14:30 34.5 31.5

15:30 35.0 31.5

16:30 29.8 22.9

18:30 26.2 20.6

Predazione sui nidi e schiusa

I 3 nidi predati, presumibilmente da volpi, tassi o altri Mustelidi, sono stati ritrovati tutti entro il 25/6, uno è stato sicuramente predato entro la mattina successiva alla deposizione; Servan (1988) ha stimato per E. orbicularis una predazione fino al 96% e che avviene principalmente entro due giorni dalla deposizione.

Ho protetto i due nidi intatti con una rete metallica, al fine di evitare la predazione. Solo il nido in area 2 è andato a buon fine: tra il 16 e il 21/9 si sono schiuse 4 delle 5 uova.

I tempi di incubazione, i primi rilevati per questa specie in condizioni naturali, sono stati quindi di 83-88 gg.

Rollinat (1934) riporta tempi, in cattività, variabili da due mesi (estate calda e secca) fino a 5 mesi (estate fresca e umida); sappiamo inoltre che, in casi di schiusa in autunno inoltrato, l'emergenza può avvenire anche nella primavera successiva (Servan, 1983). E' generalmente accettato che, negli eterotermi, crescenti temperature accelerano lo sviluppo (Ewert, in Harless e Morlock, 1979); la schiusa tardo-autunnale, pur considerando variazioni microclimatiche tra anni diversi, è pertanto un'evenienza più probabile in regioni a clima più fresco.

Un fattore che è probabilmente correlato alla schiusa delle uova è la pioggia, caduta tra il 13 e il 21/9 per 37 mm, mentre i mesi di giugno (successivamente alla deposizione) luglio e agosto sono stati totalmente asciutti. Da studi fatti sugli scambi gassosi delle uova, in particolare per Chelonya mydas, è stato visto che l'aumento di ossigenazione per l'umidità del terreno può indurre l'emergenza dei nidiacei (Prange e Ackerman, 1974; Ewert, in Harless e Morlock, 1979; Packard e altri, 1982). Un' altra possibile spiegazione è che l'ammorbidirsi del terreno a seguito di piogge favorisca la fuoriuscita dei nidiacei; ciò è stato suggerito per specie in cui la femmina forma una sorta di tappo di terra sopra il nido (Cagle, 1950; Burger, 1976). Non ho tuttavia osservato, come detto in precedenza, una simile ricopertura del nido.

Va inoltre considerato che il riformarsi di microambienti idrici conseguente alle piogge è sicuramente importante per la dispersione. L' avvistamento episodico di immaturi di 1-2 anni presso tali microhabitat avvalora tale ipotesi.

4. CONCLUSIONI

Lo studio su Emys orbicularis, condotto nella Riserva Naturale 'Monte Rufeno', si è svolto su due differenti livelli di indagine: l'osservazione dei fenomeni, con particolare riferimento all'organizzazione temporale e spaziale dell'attività (livello descrittivo), e la relazione tra comportamenti e fattori ambientali critici (livello correlazionale).

L'attività generale della popolazione studiata si svolge tra marzo e ottobre, tuttavia è tra marzo e giugno che le tartarughe mostrano livelli massimi di attività. Ciò è stato evidenziato principalmente sulla base di tre parametri:

a) in termini di riavvistamenti individuali, che misurano il generico grado di attività della popolazione;

b) in base alla variazione stagionale dei singoli comportamenti osservati (basking, alimentazione, floating, accoppiamenti, manifestazioni aggressive);

c) in base all'analisi, per gli animali radio-marcati, della vagilità giornaliera.

L'attività ottimale si colloca in un ambito di temperatura dell'acqua compreso tra gli 8-10 °C di marzo e i 20-22 °C di giugno. Questi due estremi termici risultano definire nettamente l'attività della popolazione - per valori inferiori e superiori gli animali passano in condizioni di quiescienza rispettivamente invernale ed estiva - mentre al loro interno l'attività ne è relativamente 'svincolata', risultando piuttosto correlata con altri fattori estrinseci (disponibilità di risorse trofiche, variazione dei microhabitat, fruibilità dei siti di basking, fotoperiodo).

Il confronto tra l'attività primaverile e quella autunnale rivela in modo evidente la validità di questa conclusione: pur con condizioni termiche simili, in autunno si registra una netta diminuzione dei riavvistamenti degli animali, della loro vagilità, dei fenomeni di basking, dell'attività alimentare; inoltre gli accoppiamenti e le interazioni aggressive cessano quasi completamente. Anche l'analisi delle relazioni tra differenti aspetti dell'attività e le condizioni termiche, nel periodo marzo-giugno, evidenzia l'esistenza di una concomitanza di fattori che modulano temporalmente l'attività in apparente indipendenza dal puro parametro termico.

Queste osservazioni assumono una certa importanza in considerazione dello stato fisiologico di eteroterma della specie studiata: evidentemente E. orbicularis dispone di meccanismi di termoregolazione comportamentale che ne svincolano l'attività da un mero controllo termico, beninteso entro un range ottimale di temperatura.

L'attività giornaliera è fondamentalmente ripartita tra il comportamento alimentare, che si esplica secondo un pattern bimodale (picchi la prima mattina e il tardo pomeriggio), e il basking, effettuato nelle ore centrali.

Il comportamento di basking, in accordo con quanto osservato in altri Emididi, riveste un'importanza fondamentale nella eco-etologia di E. orbicularis; la sua funzione termoregolatoria è evidente, pur non potendosi escludere altre funzioni, quali (Auth, 1975): favorire i processi digestivi, asciugare i tegumenti, rimuovere le alghe ectoparassite che ricoprono il carapace degli animali, favorire la sintesi della vitamina D, favorire i processi respiratori. La maggiore fedeltà ai siti di basking mostrata dalle femmine, particolarmente in maggio, va infine verosimilmente collegata con la formazione delle uova (Obbard e Brooks, 1979). Non è evidente quanto l'efficacia termoregolatoria del basking si ripercuota nello svolgimento di altre attività, siano esse locomotorie o alimentari.

Il floating, definibile come basking acquatico, assume importanza relativa nell'attività estiva, divenendo in tale periodo ampiamente vicariante rispetto al basking.

L'analisi della localizzazione spaziale dei singoli comportamenti entro le differenti tipologie di microhabitat, identificate sulla base del tipo di vegetazione e della disponibilità di macroinvertebrati presente, ha permesso di evidenziare quantitativamente le scelte microambientali operate da E. orbicularis. Tale analisi, prima trascurata negli Emididi, ha permesso di inquadrare i fattori che risultano critici nell'adattamento della tartaruga palustre all'ambiente in cui vive.

La frequentazione della zona a vegetazione acquatica è significativamente preferita da E. orbicularis per l'espletamento dell'attività alimentare; particolare importanza, per la struttura fisica più che per la specie floristica, assume la vegetazione sommersa, in accordo con quanto evidenziato anche in altri Emididi (Sexton, 1959b). Questo microhabitat è utilizzato anche per il floating. Le aree a copertura arborea risultano selezionate nelle fasi di bassa attività, oltre che per lo svernamento.

Un ulteriore approfondimento sull'organizzazione spaziale dell'attività di E. orbicularis deriva dallo studio delle localizzazioni degli animali radio-marcati nell'area disponibile; l'home-range dei differenti individui risulta ampiamente sovrapposto, anche se si individuano, particolarmente per le femmine, zone relativamente confinate di attività. Al contrario i maschi tendono a saturare completamente l'area fisicamente disponibile della pozza, anche in relazione alla loro maggiore vagilità.

Una parte cospicua dello studio ha riguardato la definizione quantitativa dello spettro alimentare di E. orbicularis, mediante confronto fra disponibilità (campionamenti di macroinvertebrati nelle differenti stagioni) ed utilizzazione trofica (analisi del contenuto fecale). Lo studio ha delineato le abitudini della tartaruga palustre di predatore carnivoro piuttosto generalista, evidenziando però anche un'alta selettività su talune prede (larve di Odonati Anisotteri) - caratteristica che sottolinea ulteriormente il grado di affinità specifica di E. orbicularis con l'ambiente - ed una rilevante inclusione di materiale vegetale (solo negli adulti e particolarmente nelle femmine, probabilmente in risposta alle diverse esigenze trofiche imposte dalla loro maggiore taglia corporea).

I fenomeni di interazione sociale e aggressività, che sono stati in questo studio osservati sistematicamente, contraddicono il tradizionale pregiudizio che considerava i Rettili generalmente poveri di repertori sociali (Brattstrom, 1974). Vi sono in primo luogo evidenti meccanismi di riconoscimento inter-individuale, apparentemente su base visiva ed olfattiva. Gli scontri tra maschi sono la forma più intensa di interazione aggressiva e rivelano l'esistenza di una gerarchia di dominanza quasi lineare con cui i maschi sono reciprocamente disposti. E' questo un fenomeno di notevole interesse, anche perché, negli Emididi, solo raramente è stato descritto in condizioni naturali.

La relativa alta densità di animali nell'ambito confinato della pozza, la sovrapposizione delle aree di attività e la co-utilizzazione di risorse critiche appaiono i presupposti fondamentali per l'insorgenza dei fenomeni osservati, interpretabili come forme di territorialismo dinamico (Wilson, 1975).

Un capitolo molto originale e di particolare interesse anche ai fini gestionali riguarda lo studio sulla nidificazione. Il fenomeno migratorio delle femmine per la nidificazione è qui descritto in Emys orbicularis per la prima volta (neppure i tempi di incubazione in natura erano stati ancora documentati). In altri Emididi l'esistenza di simili migrazioni è stata indirettamente inferita dal ritrovamento di aree di nidificazione esterne rispetto all'area di normale attività (Cagle, 1950; Legler, 1954; Congdon e altri, 1983; Rowe e Moll, 1991), mentre solo per Chelydra serpentina (fam. Chelydridae) sono state documentate le migrazioni per la nidificazione (Obbard e Brooks, 1980). L'aspetto più interessante del fenomeno è la somiglianza, sebbene su scala spaziale e tempi molto più ridotti, con le migrazioni riproduttive delle tartarughe marine. L'ipotesi della fedeltà al sito di nidificazione sembra, anche per la popolazione studiata, tutt'altro che inverosimile; l'eventuale coincidenza del sito di nidificazione, raggiunto dalle femmine, con quello natale rende ancor più aperto e

Aspetti conservazionistici

Gli aspetti che ho indagato sulla eco-etologia della tartaruga palustre europea rappresentano il presupposto per una corretta impostazione delle tematiche di conservazione di una specie considerata strettamente protetta (Convenzione di Berna, 22.8.79).

Nel complesso la presenza di Emys orbicularis a Monte Rufeno è indubbiamente da collocarsi in una situazione estrema rispetto all'ambiente in cui questa specie è classicamente rilevata; l'altitudine, la morfologia pre-montana del territorio, l'alto confinamento spaziale delle popolazioni, la stagionalità nella presenza idrica, la scarsità di zone adeguate per la riproduzione sono aspetti selettivi che hanno agito nel determinare un notevole e peculiare grado di adattamento.

La popolazione studiata mostra infatti un'elevata stabilità spaziale, che si traduce in basso allontanamento dai corpi idrici, tranne che per costrizioni ambientali: prosciugamento delle pozze e lontananza di adeguati siti di nidificazione sono indubbiamente i due aspetti più critici della presenza della tartaruga palustre a M. Rufeno. A testimoniare inoltre l'importanza del mantenimanto delle condizioni naturali nelle quali le popolazioni svolgono il ciclo di attività vanno considerati l'alto grado di selezione microambientale, la fissità ai siti di basking, l'esistenza di centri di attività individuali, il riconoscimento inter-individuale, le molteplici forme di interazione sociale, l'alto livello di selettività predatoria; sono in sintesi tutti aspetti che delineano l'organizzazione dell'attività di una specie in stretta e stabile affinità con l'habitat, considerato in ogni sua componente.

Alcuni fondamentali aspetti della biologia di E. orbicularis, quali il basso numero di uova (con alta predazione sui nidi), il basso tasso di sopravvivenza, la lenta maturità sessuale, l'alta longevità, sono tipici di una specie k selezionata. Sono fattori che infatti limitano la capacità diffusiva di una specie, agendo nell'amplificarne la stabilità spaziale.

La vulnerabilità ad agenti perturbanti di una specie con queste caratteristiche è evidentemente elevata e il fenomeno è oltremodo accentuato in considerazione dell'esiguità delle popolazioni di M. Rufeno. L'abbassamento dell'abbondanza di queste popolazioni sotto la soglia di stabilità in cui si trovano, unito a qualunque forma di alterazione ambientale che agisca nel deviare la sintonia tra specie e ambiente, sono, in accordo con Soulé (1986), i due motivi fondamentali che causerebbero, per una specie come Emys orbicularis, l'insorgenza di vortici di estinzione.

La salvaguardia ed il mantenimento dell'alta diversità biologica degli ambienti acquatici di M. Rufeno ed eventualmente un'azione estesa di protezione dei nidi sono pertanto due valide indicazioni che possono essere avanzate in ottica conservazionistica.

Riguardo il primo punto è inoltre utile osservare che l'area di attività della tartaruga palustre, sia pur specie prettamente acquatica, va in realtà estesa ad un variabile ambito terrestre. La popolazione studiata a M. Rufeno utilizza a livello stagionale un'area di attività che si estende, considerando la pozza di attività temporanea e i siti di nidificazione, per almeno 500 m di terreno intorno alla pozza di normale attività. Per quanto riguarda la seconda indicazione è evidente che un sia pur lieve incremento del successo riproduttivo della specie potrebbe garantire un aumento della sua capacità diffusiva o comunque il raggiungimento di una soglia più stabile di sopravvivenza. E' in tal senso che una politica di salvaguardia dei siti di nidificazione e di tutela dei nidiacei potrebbe assumere un ruolo determinante.

In definitiva non è tanto nel mantenimento di popolazioni alienate dall'ambiente naturale che risiede la possibilità di garantire la sopravvivenza di una specie come Emys orbicularis. L'azione conservazionistica deve passare attraverso la tutela degli aspetti critici della biologia delle popolazioni naturali ed in primis delle varie fasi del ciclo riproduttivo. In ogni caso la tutela della specie deve essere considerata indossolubile da quella dell'ambiente in cui la popolazione in esame vive, né può essere correttamente affrontata senza la conoscenza accurata degli aspetti di biologia e di eco-etologia della popolazione stessa; solo la comprensione di questi aspetti permette del resto di delineare i processi selettivi che hanno modulato l'adattamento della popolazione all'ambiente.

Sabato, 27 Settembre 2014 15:06

Terrapene carolina statunitensi

DIFFERENZIAZIONE DELLE QUATTRO SOTTOSPECIE STATUNITENSI DI Terrapene carolina IN INDIVIDUI GIOVANI

Txema Lopez, 2007

Non è difficile trovare nei libri o navigando un po' su internet una descrizione delle differenze tra le quattro sottospecie nodamericane di Terrapene carolina, soprattutto in siti statunitensi. D'altra parte, queste descrizioni manifestano solitamente due carenze per l'utente europeo. Senza contare la lingua, la prima di esse è che le differenze si illustrano sempre in esemplari adulti, e a volte molto vecchi, di origine selvatica che hanno già perso in parte o totalmente la loro pigmentazione originale e la seconda, che le Terrapene sono solite essere considerate le tartarughe"giocattolo" o "usa e getta"da parte degli appassionati americani, giacchè molte di esse sono raccolte ancora oggigiorno nel loro habitat naturale, nonostante la proibizione vigente in molti stati. Questo fa sì che l'informazione disponibile sia molto sommaria o al contrario di tipo scientifico, elaborata da biologi e poco orientata verso l'appassionato medio. Il fatto che sia proibita anche l'esportazione delle tartarughe scatola implica che la maggior parte degli animali disponibili in Europa siano giovani, discendenti dei pochi sopravvissuti delle esportazioni massive fatte subito dopo la proibizione del commercio delle Testudo in Europa. Dopo la scomparsa temporanea del commercio di Testudo hermanni e Testudo graeca, durante gli anni '80 e fino a metà degli anni '90, il mercato degli animali da compagnia si appropriò delle fino ad allora sconosciute tartarughe scatola americane. Il loro prezzo basso (tra i 18 e i 60 euro), la mancanza di informazione e le cattive condizioni in cui si mantenevano degli animali selvatici, che erano rimasti affollati per molto tempo dal momento in cui erano stati catturati, molto spesso durante il letargo, fecero sì che la stragrande maggioranza di essi morisse. Quelli che non morirono e riuscirono ad adattarsi lo fecero solo per la loro robustezza, considerando che arrivavano fortemente parassitati e stressati, ed essendo l'informazione disponibile all'epoca molto scarsa. Queste circostanze alimentarono anche la leggenda secondo la quale le tartarughe scatola sarebbero animali elusivi e timidi. Niente di più lontano dalla realtà.

Questi pochi superstiti, in un piccolo numero, sono riusciti ad essere riprodotti in cattività da alcuni appassionati tra i quali mi includo, dopo essere riusciti a mettere insieme diversi di questi animali importati e pochi altri di seconda generazione. Grazie a ciò, si è ottenuto che non siano tanto difficili da trovare nel mercato europeo come lo erano un tempo, soprattutto tra il 1997 e il 2002. Nonostante ciò, non tutte le sottospecie si trovano con la stessa facilità, e la spiegazione è abbastanza semplice. L'ultimo stato a permettere l'esportazione di tartarughe scatola fu la Louisiana, dove convivono principalmente due sottospecie: la Terrapene carolina major e la Terrapene carolina tringuis, e molta attenzione, i loro incroci(che qui chiameremo "intergradi"), che in certe zone sono realmente abbondanti. In minor estensione so della Terrapene carolina carolina. Quella che non compare in nessun modo in Louisiana è la Terrapene carolina bauri, circoscritta quasi nella sua totalità in Florida, che proibì le esportazioni molto presto. E' per questo che le Terrapene che incontreremo più facilmente sono le Terrapene carolina major, per un'altra ulteriore ragione: essendo la sottospecie di maggior taglia, è anche quella che depone il maggior numero di uova, e di conseguenza quella che produce più prole. In seconda posizione troviamo le Terrapene carolina tringuis, poi, a una distanza considerevole le Terrapene carolina carolina e sporadicamente la Terrapene carolina bauri. Chi disponga di animali singoli dell'epoca, mi arrischierei ad assicurare che nella maggior parte dei casi si tratta di esemplari di Terrapene carolina major, Terrapene carolina tringuis o loro intergradi.

Tutte queste motivazioni mi portano a tentare di chiarire la sottospecie degli animali che possiamo acquisire illustrando questa spiegazione con esempi di animali giovani. Sarebbe abbastanza difficile farlo oggigiorno con un animale adulto e credo possa essere di grande aiuto focalizzare questo argomento con animali giovani. Nella misura del possibile tenterò di distinguere anche gli intergradi (incroci tra sottospecie, per cui "non ibridi"). Tenterò di seguire la spiegazione che dà Dodd nel suo favoloso libro sulle tartarughe scatola per spiegare le differenze.

C'è un concetto che prima di entrare nei dettagli è interessante conoscere:
La formula falangea è una maniera di comparare animali contando il numero di falangi che hanno in ciascun dito. Può essere utilizzata per studiare la filogenetica dell' animale(grosso modo la famiglia di specie in cui si inquadra) o per predire l'uso che fa delle sue mani e dei suoi piedi. Si è soliti attribuirla con un numero semplice. Nella foto che segue vediamo l'arto di uno scoiattolo, che ha cinque dita e dunque una formula falangea di cinque numeri, i quali compongono il numero di falangi di ogni dito separati da un trattino: 3-4-4-4-4.



fig.1 formula falangea di uno scoiattolo. Foto da Mammalian Stances: Plantigrade, Digitigrade, and Ungligrade. Murray State University.


Nelle diverse sottospecie di Terrapene carolina, la formula falangea varia a seconda degli studi di Minx, e con una radiografia delle zampe possiamo aiutare a determinare la sottospecie di animali che non siano troppo facili da identificare.

Terrapene carolina major

Iniziamo con la Terrapene probabilmente più comune nei terrari europei. Innanzitutto, è la sottospecie più grande di tutte, ma con i giovani è qualcosa di molto relativo. Non sono necessariamente quelle che crescono più rapidamente, ma senz' altro quelle che hanno un periodo di crescita più lungo e che raggiungono le dimensioni maggiori. Il suo colore è abitualmente marrone-olivaceo, occasionalmente con un disegno raggiato con macchie o linee molto sottili e abbondanti in ogni scuto del carapace, in alcuni casi quasi puntini. Possiamo trovare anche animali con un pattern raggiato e simmetrico, ma appartenenti a ceppi molto scarsi e meno comuni di quelle completamente marroni o puntinate. Esiste anche una popolazione molto scura, quasi nera, ma la incontreremo molto di rado, considerando che è tipica della zona della Florida e abbiamo già chiarito che i nostri animali provengono nella stragrande maggioranza dalla Louisiana.


fig.2 Esemplare di due anni e mezzo di età di Terrapene carolina major.

Il suo carapace è il più appiattito di tutte le sottospecie, dato che abita terreni paludosi ed è la miglior nuotatrice di tutte, nonostante lo faccia abbastanza male. Solitamente hanno un gonnellino posteriore, che le aiuta a mantenersi sul terreno paludoso che abitano, soprattutto in periodi di pioggia. I giovani hanno una carena che di solito perdono nell'età adulta. Le zampe anteriori sono gialle nella parte anteriore e marrone chiaro o scuro in quella posteriore. La testa, o è completamente marrone, oppure presenta una serie di linee gialle lunghe e più o meno fuse, anche se la cosa più comune è che sia scura con piccole macchie gialle. Gli occhi sono sporgenti. Il piastrone di solito è marrone con ombre scure a livello delle unioni tra diversi scuti, caratteristica che a volte si ha anche negli scuti del carapace. Nei maschi si può intuire una certa concavità, nei giovani quasi più evidente al tatto che alla vista, e un leggero ingrossamento e una maggior lunghezza della coda. In alcuni casi si nota già il colore più rossiccio degli occhi e più colorazione in generale. La formula falangea secondo Minx (1992) è 2-3-3-3-2 per le zampe anteriori e posteriori (la condizione primitiva dei criptodiri è 2-3-3-3-3). Le zampe posteriori possono presentare un disegno consistente in una linea giallognola che le contorna, e hanno quattro unghie nelle zampe posteriori e cinque nelle anteriori.


fig.3 Dettaglio della zampa posteriore con quattro unghie, tratto caratteristico della Terrapene carolina major e Terrapene carolina carolina.


fig.4 Dettaglio di testa e zampe anteriori con cinque unghie. Si noti la posizione elevata degli occhi e la comparsa di macchie gialle sulla testa. Il colore rossiccio degli occhi e la leggere concavità del piastrone ci fanno pensare di essere di fronte a un maschio.


fig.5 Dettaglio del gonnellino tipico della Terrapene carolina major.


Terrapene carolina triunguis


fig.6 esemplare giovane di 3 anni di età di Terrapene carolina triunguis

La Terrapene carolina triunguis è una sottospecie di taglia media, ma insisto nel dire che la taglia dei giovani della stessa età è determinata più da ragioni genetiche e di alimentazione che dalla taglia che avrà l'animale in età adulta. La dimostrazione sono questi due animali, (fig.7) nati da diversi padri nello stesso periodo e che mostrano dimensioni tanto diverse tra loro. Questa differenza non è sporadica, dato che si ripete sistematicamente tutti gli anni per i figli di queste due femmine. Il colore varia dal marrone scuro quasi nero al marrone chiaro, con un pattern simmetrico e sfumato o completamente marrone, di solito non si vedono animali con punti gialli piccoli come nelle mayor, se qualche animale presenta punti questi sono solitamente grandi. Il carapace è molto bombato già da molto piccole e di solito presenta una carena mediana dorsale.


fig.7 Due triunguis nate lo stesso mese dello stesso anno.


fig.8 Dettaglio della testa con macchie rosse e bianche, il che ci suggerisce che questo esemplare sia un maschio.

La testa è più stretta e allungata di quella della major delle foto precedenti, e gli occhi non sono tanto sporgenti. Si osservi anche il pattern scolorito del piastrone.
La pelle è marrone, ma molto variabile. Da un marrone chiaro-rossiccio a un marrone scuro, disseminato di macchie gialle, persino bianche nelle femmine, essendo le zampe anteriori dei maschi rosse nella loro parte anteriore, e occasionalmente persino completamente rosse. I giovani con macchie rosse saranno quasi sicuramente maschi, il che non esclude che ci siano femmine con delle bellissime macchie rosso-arancio. Le zampe delle femmine non sono mai rosse, sono gialle. Gli occhi non sono sporgenti. I piastroni possono avere un certo disegno o non averne nessuno, ma di solito sono marrone chiaro, e nei maschi non si ha o quasi concavità. La coda è un po' più grossa e la cloaca è più distale anche nei giovani. In animali adulti la coda del maschio di triunguis è la più corta, molto meno che quella delle mayor. Nei giovani di entrambe le sottospecie si può apprezzare solo la distanza relativa della cloaca. La formula falangea di Minx (1992) è abitualmente 2-3-3-2-2 per le zampe anteriori e 2-3-3-3-1 per le posteriori, anche se in generale le triunguis sono abbastanza variabili in quest'aspetto. Presentano cinque unghie nelle zampe anteriori e tre in quelle posteriori, anche se non è raro vedere animali con quattro unghie o tre in una e quattro nell'altra.

fig.9 Dettaglio della coda di un giovane maschio. La cloaca è leggermente più distale che nella femmina, fig. 10, ma questa è più larga. Si vede chiaramente nella fig. 11.


fig. 10 Dettaglio della coda di una giovane femmina.


fig. 11 Dettaglio della coda di un maschio semiadulto.


fig. 12 Dettaglio della zampa posteriore di una tringuis, con tre unghie.

Terrapene carolina carolina

Sono già più difficili da trovare rispetto alle altre, e si trovano per questo molti intergradi sul mercato, soprattutto con major e triunguis. Torno ad insistere sul fatto che, nonostante in età adulta siano di taglia media, nei giovani la crescita dipende più dalla genetica e dall'alimentazione che da altro. E' la più variabile di tutte, ci sono esemplari completamente marroni e altri incredibilmente colorati con linee molto marcate su fondo nero. Quello che è strano è vedere animali con colorazioni sbiadite. Il colore predominante sul carapace è il giallo o l' arancione, con il nero e il marrone. Questo si presenta bombato, ma non tanto come nelle triunguis. Un disegno molto comune consiste in scuti di colore nero con grandi segni marrone-araciato senza formare un pattern netto.


fig. 13 Giovane di tre anni di Terrapene carolina carolina, varietà scura con piastrone e carapace neri, con disegno tipico di carolina carolina e presente solo in questa sottospecie.

Hanno una carena mediana dorsale, anche se meno pronunciata delle sue cugine prima menzionate. Il colore della faccia è giallo o arancio scuro e bianco, anche se a volte compare anche il rosso. Le zampe anteriori dei maschi, come quelle delle femmine, di solito sono prevalentemente gialle, ma possono avere macchie più aranciate e persino rosse. Il piastrone di solito è disegnato, anche se ci sono animali con un piastrone marrone chiaro come le major o persino nero. La coda nei maschi si avvicina più a quella delle major che a quella delle triunguis per dimensioni e distalità. La formula falangea secondo Minx (1992) è 2-3-3-3-2 nel 71,4% dei campioni studiati per le zampe anteriori, nella restante percentuale è 2-3-3-2-2 come le triunguis. Negli arti posteriori la formula falangea è 2-3-3-3-2 o 2-3-3-3-1 in percentuali del 50%. Sono, senza dubbio, la sottospecie più variabile e più confusa in certi individui. Quello che si verifica sempre è la presenza di quattro unghie nelle zampe posteriori e cinque in quelle anteriori.

Terrapene carolina bauri

La Terrapene carolina bauri è un animale straordinariamente difficile da vedere in cattività in Europa. Non è facile da trovare persino negli Stati Uniti, e la sua detenzione in Florida è proibita. Se ci rifacciamo al nostro approccio probabilistico, se hai un animale nero con un bellissimo disegno giallo raggiato, quasi sicuramente si tratta di una specie diversa che in questa occasione non trattiamo: la Terrapene ornata. Le Terrapene carolina bauri sono tartarughe relativamente più grandi delle triunguis o delle carolina carolina. D'altro canto la bibliografia dice che sono un po' più piccole, ma senza dubbio non corrisponde a quanto io ho osservato personalmente in individui adulti. Il carapace è nero con un disegno striato giallo, con linee sottili.


fig. 14 Giovane di tre anni di età di Terrapene carolina bauri, femmina, animale a forma di "tenda canadese"caratteristica ed esclusiva di questa sottospecie.

Di tanto in tanto appaiono animali con linee più larghe denominati tra gli appassionati "High yellow". Il carapace di solito è abbastanza bombato, come nelle triunguis, e in molti casi a forma di "tenda canadese". Hanno anche un gonnellino abbastanza pronunciato. La testa è abbastanza stretta e di colore nero o grigio scuro, con due strisce gialle caratteristiche che la attraversano longitudinalmente. Il colore degli occhi, siano maschi o femmine, è sempre marrone scuro, mai rosso. Le zampe sono nere e gialle, non ci sono mai macchie arancioni o rosse. Il piastrone è disegnato o completamente marrone-grigiastro. La formula falangea è 2-3-3-3-2 per gli arti anteriori e posteriori, essendo in generale la sottospecie meno variabile. Possono avere tre o quattro unghie nelle zampe posteriori.


fig. 15 Dettaglio della testa, con le sue due linee gialle caratteristiche di Terrapene carolina bauri.


fig. 16 Dettaglio della zampa con le sue quattro unghie.


fig. 17 Dettaglio della coda di un giovane maschio.


fig. 18 Comparazione del piastrone di un maschio e di una femmina di Terrapene carolina bauri.


fig. 19 Piastrone concavo di un iovane maschio di Terrapene carolina bauri.

Come distinguerle.

In alcuni casi è veramente difficile. Le caratteristiche di certi animali appena usciti dall'uovo variano molto poco. E' praticamente impossibile distinguere un baby major da un baby carolina. Le triunguis si distinguono perchè hanno generalmente tre unghie nelle zampe posteriori (ma se ne hanno quattro, cosa non impossibile, siamo nella stessa situazione). Quelle che si distinguono chiaramente sono le bauri, che nonostante abbiano un'alta percentuale di individui con tre unghie, sono di colore nero con una linea dorsale gialla chiaramente visibile sulla linea della carena.


fig. 20 Baby di Terrapene carolina bauri, chiaramente distinguibili dal resto col loro tipico colore nero e la loro linea gialla nella zona della carena.


fig. 21 Baby di Terrapene carolina triunguis. A prima vista indistinguibile da major o carolina se non per le tre unghie nella zampa posteriore.



Comparazione visiva di animali difficilmente identificabili.

Facciamo adesso una comparazione visiva tra le quattro sottospecie di Terrapene carolina . Nella foto qui sotto si distinguono quattro esemplari tipici di ognuna delle sottospecie. In slto a sinistra vediamo una major, alla sua destra una carolina, sotto questa una triunguis e alla sua sinistra una bauri. Sono quattro animali tipo, di classificazione indubbia. Si apprezza il gonnellino delle major, con la loro carena giovanile, la colorazione e il pattern tipico delle carolina, il disegno giallo stellato su fondo nero delle bauri e il disegno sfumato e puntinato grosso con arti e testa rossi delle triunguis.


fig. 22 Un rappresentante per ogni sottospecie.

Nella seguente foto vediamo i piastroni tipici delle sottospecie:
Il piastrone giallo con segni marroni tra gli scuti delle major, molto simile nelle triunguis, solo che queste di solito non hanno zone di marrone diffuso al centro degli scuti, bensì un pattern più sbiadito, il pattern tipico delle bauri in basso a sinistra e quello delle carolina carolina, molto variabile ma in questo caso molto tipico. Neanche piastroni neri sono da considerarsi eccezioni.


fig. 23 Piastroni di un rappresentante per ogni sottospecie.

Bene ora, la variabilità di questa specie è stupefacente, e vado ad illustrarla con comparazioni tra individui della stessa e di diverse sottospecie. Iniziamo con qualcosa di semplice, due triunguis, maschio a destra e femmina a sinistra. La femmina presenta un disegno sfumato, mentre il maschio presenta un piastrone marrone chiaro tipico delle triunguis, abbastanza somigliante a quello delle major.


fig. 24 Femmina e maschio di Terrapene carolina triunguis. La concavità del maschio è quasi inesistente, anche se in comparazione si nota, Si osservi la lunghezza della coda.

Andiamo a vedere adesso le differenze di bombatura del carapace tra le diverse sottospecie: nella prossima foto si apprezza la differenza tra una major (sinistra) e una triunguis (destra), due animali di dimensioni e colorazione simili.


fig. 25 A sinistra Terrapene carolina major, più appiattita, a destra Terrapene carolina triunguis, più bombata.

Nella prossima foto facciamo una comparazione tra una triunguis (sinistra) e una carolina (destra). La carolina è un esemplare marrone poco comune e dopo spiegheremo abbondantemente da dove si deduce che è una carolina.


fig.26 A sinistra Terrapene carolina triunguis, più bombata. A destra Terrapene carolina carolina.

Nella prossima, nonostante sia scattata dall'alto, si nota la differenza tra una bauri (sinistra) e una carolina carolina. La foto l'ho fatta così perchè si apprezzi che la bauri è sovrannumeraria e la carolina iponumeraria. Si osservano anche i loro pattern tipici. Le compariamo anche con una major perchè si veda la differenza della forma di entrambe, in foto da sopra e da sotto, perchè si osservi come si abbassa il gonnellino della major in comparazione con la carolina carolina. Nella foto successiva compariamo una bauri con una triunguis.


fig. 27 A sinistra Terrapene carolina bauri, a destra Terrapene carolina carolina.


fig. 28 A sinistra Terrapene carolina major, a destra Terrapene carolina carolina.


fig. 29 Terrapene carolina major, vista del piastrone, alla sua destra Terrapene carolina carolina "standard".


fig. 30 Terrapene carolina bauri sopra, Terrapene carolina triunguis sotto.

Ora andiamo a vedere il caso di un animale dubbio. La Terrapene carolina carolina che vedevamo prima. E'una carolina,triunguis o major? Beh, vi dico già che è una Terrapene carolina carolina perchè è nata da una coppia selvatica di carolina carolina dalla stessa origine geografica, ma ragioniamoci.


fig. 31 Terrapene carolina carolina con una colorazione insolita.

- Non è una major: la forma del carapace è abbastanza differente, con il leggero gonnellino delle major, così come l'occhio posizionato più in alto delle major. Nelle major gli scuti sono bordati anche da un'ombra marrone tipica che il nostro individuo non presenta. Questo si nota anche nella foto comparativa del piastrone. (carolina a destra, major a sinistra)

- Non è una triunguis: è troppo appiattita ed ha quattro unghie in ogni zampa posteriore.

- Non è una bauri: questo è indubbio, non è nera.

- Potrebbe avanzarsi l'ipotesi che sia un'intergradazione, ma combacia perfettamente con tutte le caratteristiche di Terrapene carolina carolina, inclusa la variabilità di colore.


fig. 32 Comparazione tra major e carolina. Si noti la scampanatura della parte posteriore.


fig. 33 Vista dall'alto di major e carolina.


fig. 34 Vista frontale di major e carolina.


fig. 35 Comparazione dei piastroni.

Inseriamo adesso la comparazione con triunguis e bauri, per non dar luogo a dubbi:
si noti che la triunguis ha chiaramente tre unghie nella zampa posteriore e la carolina quattro. Il piastrone della bauri è completamente diverso.

fig. 36 In alto a sinistra triunguis, in basso a sinistra bauri, a destra carolina.

D'altra parte dicevamo che i maschi di triunguis non presentano concavità del piastrone, o questa è molto lieve. Si vede bene in questa foto comparativa con un maschio di bauri. Anche i maschi di major e quelli di carolina di solito presentano una concavità abbastanza accentuata.
In ultimo compariamo con un piastrone tipico di carolina oltre a quelli precedenti. Si noti che nonostante la colorazione, la forma generale dell'animale è la stessa:


fig. 37 e 38 In alto a sinistra triunguis, in basso a sinistra bauri, a destra carolina, in alto esemplare dubbio, sotto esemplare "standard".


fig. 39 Si noti la differenza di concavità di due maschi, sopra triunguis e sotto bauri. E' lo stesso maschio della figura 16.

Intergradi.

Si dà il caso che alcuni animali presentino caratteristiche di due sottospecie che fanno pensare che possano essere intergradazioni. Tecnicamente è un ibrido tra due sottospecie, ma appartenendo alla stessa specie non si può considerare come tale. Sono, in molti casi, difficili da individuare, e senza vedere i genitori possiamo fare una identificazione erronea con facilità. Io direi che la cosa più difficile da individuare sono i triunguisXcarolina. Parlando con l'allevatore dell'animale della figura 40 sono arrivato alla conclusione che la madre era una triunguis e che il padre era una carolina. Di fatti glielo chiesi perchè vidi qualcosa di strano, che non quadrava nell'animale. Sono sicuro che arrivando all'età adulta, sarà più facile valutare le caratteristiche che lo rendono un intergradazione, ma per il momento osservo un carapace con un pattern que è più da carolina carolina, e un colore rosso e un gonnellino che mi sembrano più da triunguis, anche se ci sono carolina carolina molto rosse. Credo di ricordare che una delle sue zampe avesse 3 dita, e l'allevatore mi assicurò che la madre ne aveva tre.

fig. 40 Probabile intergradazione triunguisXcarolina. Grazie per la foto a Paquete(utente del forum di http://www.faunaexotica.es ndt).

Probabilmente quelli di bauri sono i più facili da indentificare. Qui potete vedere un ibrido, probabilmente di triunguisXbauri. Quest'animale fu fotografato a Big Gun Swamp, Baker Co. Florida il 24 Aprile del 2003 da Mike Pingleton(fig. 41). Non quadrano nè i punti, nè il colore delle zampe e il disegno della faccia mantiene in una certa maniera le due linee tipiche delle bauri, ma con il rosso delle triunguis.


fig. 41 Possibile bauriXtriunguis, foto ceduta da Mike Pingleton.

In ultimo, non deve preoccuparci in assoluto il fatto di avere un'intergrado e persino farlo riprodurre. Ci sono zone in cui la popolazione di intergradi è realmente alta. Nel nord dell'Alabama c'è un alto tasso di intergradi tra Terrapene carolina triunguis e Terrapene carolina carolina, nel sud tra triunguis e major, nel nord della Florida con bauri. In questa zona si intergradano le quattro sottospecie, per cui si trovano individui realmente inclassificabili (Dodd). Per questo la mia opinione è che, se abbiamo la fortuna di mantenere una coppia di questi animali, anche se fossero di sottospecie diverse, li dovremmo riprodurre perchè non perdano la loro capacità di farlo. Non sono tanto comuni in Europa da poterci permettere il lusso di non poter mantenere in futuro queste incredibili creature. Gli animali riprodotti in cattività non sono per nulla timidi, comparati con i loro genitori catturati in natura. Non aspettiamoci di tenere qualcosa di simile a una Testudo, per me sono animali abbastanza più intelligenti, ma dalle abitudini molto diverse.

Bibliografia:

Dodd K.C., North American Box Turtle, A Natural History. University of Oklahoma Press, 2001

Minx, P. 1992. Variation in Phalangeal formulae in the Turtle Genus Terrapene. J. Herpetol. 26:234-38

Terry Derting Mammalian Stances: Plantigrade, Digitigrade, and Ungligrade

Mike's Page

Traduzione a cura di Vincenzo Aquaro

Sabato, 27 Settembre 2014 15:02

Emys trinacris in natura

 

Emys trinacris

 

 

Ricerca degli habitat siciliani della Emys trinacris, nella provincia di Trapani. Ovviamente per l’importanza della sopravvivenza della specie, tralascio la descrizione della zona esatta dell’avvistamento degli esemplari. Dico solo che la posizione è isolata e si tratta di un piccolo stagno in buone condizioni naturali. Nella zona ci sono altri stagni che sarebbero da controllare accuratamente per verificare se sono anch’essi colonizzati, solitamente le Emys spp. usano spostarsi fra diversi stagni, a volte distanti anche di qualche chilometro tra loro. Attorno ci sono coltivazioni non intensive e sembra che sporadicamente gli agricoltori utilizzino la pozza per prelevare dell’acqua. Insieme all’amico Enrico (siciliano Doc) decidiamo di fare visita a questo stagno, da lui già conosciuto e scoperto nelle sue tante scorribande naturalistiche. Gli avvistamenti sono stati tutti di esemplari in acqua e nessuno era su rami o arbusti in modo da essere completamente fuori e quindi più fotogenico. Essendo ormai a metà Ottobre, pur con una giornata gradevole e soleggiata, appena arrivati, di prima mattina, non si vedevano esemplari, ma si sa che per avvistare tartarughe non è mai facile.

Verso mezzogiorno, quindi con le temperature massime, abbiamo iniziato ad avvistare alcuni esemplari e poco dopo in una zona a nord dello stagno, dove in superficie ci sono molte alghe e canne stese, ho contato oltre una ventina di teste affioranti.

 

Ovviamente il bacino è completamente circondato da un foltissimo canneto e fare foto non è semplice, si rischia sempre di finire in acqua da un momento all’altro.

 

Nel frattempo Enrico, in mezzo alle canne trovava una carcassa di una piccola Emys trinacris di circa 5 anni; purtroppo finché non sono adulte i pericoli naturali sono tanti, soprattutto aironi, rapaci e anche volpi.

Il bacino sembra in buone condizioni, ricco di alghe, rane e tanti insetti acquatici, ma quello che mi ha stupito è la mancanza assoluta di pesci, però la quantità di esemplari di Emys trinacris è veramente notevole, sia di adulti che di piccoli.

 

 

Prima di ripartire ecco una piacevole sorpresa: un ramarro dalla bellissima colorazione, neanche tanto spaventato, che ci osservava quasi stupito dalla nostra presenza; di lì sicuramente passano pochi esseri umani. La presenza del ramarro è sintomo di buona qualità dell’habitat.

 

di Agostino Montalti

Sabato, 27 Settembre 2014 14:47

Testuggine palustre siciliana

 

Emys trinacris (Fritz, 2005)

Testuggine palustre siciliana

di: Enrico Di Girolamo ©

  

INTRODUZIONE

La popolazione di testuggine palustre presente in Sicilia per molto tempo è rimasta ai margini di un vero e proprio interesse scientifico, tanto che è abbastanza recente la sua riscoperta, soprattutto da un punto di vista tassonomico, essendo stata riclassificata nel 2005 (Fritz et al.) come una nuova specie, Emys trinacris (in greco antico la parola Trinacria si riferisce alla Sicilia),distinta da Emys orbicularis, specie alla quale veniva ricondotta prima di questa data.

TASSONOMIA

Emys orbicularis (Linnaeus, 1758), comprende una decina di sottospecie (il numero cambia a seconda degli autori), tra cui 2 presenti in Italia, ovvero: 

Emys orbicularis galloitalica (Costa Tirrenica e Sardegna)

Emys orbicularis hellenica (Costa Adriatica) 

Emys orbicularis capolongoi (Sardegna) è stata respinta trattandosi di un sinonimo di galloitalica (Rhodin, Van Dijk, Iverson, Shaffer, 2010) e probabilmente la stessa situazione riguarda Emys orbicularis ingauna (Liguria) la cui descrizione è ancora in corso. 

In passato la testuggine palustre siciliana rientrava secondo il parere di alcuni autori nella sottospecie galloitalica, per altri invece si trattava di hellenica, c’era anche chi distingueva il gruppo orientale da quello occidentale dell’isola, a conferma di quanto poco si sapeva su questa popolazione, tanto da non poter immaginare che si trattasse invece di una specie a sé stante. Infine nel 2005, degli studi approfonditi basati sul DNA hanno evidenziato una netta differenza rispetto ad Emys orbicularis, tanto da essere descritta come Emys trinacris (Fritz et al.), endemica della Sicilia. Le differenze riscontate sono a livello di DNA mitocondriale (mtDNA), e non di DNA nucleare, e sarebbe questo il motivo che potrebbe suscitare alcuni dubbi. Il termine “specie criptica” e il suo significato in contrapposizione  al concetto di specie è in discussione. E’ stato concluso che la delineazione di una specie basata sul mtDNA richiede l’applicazione di un “Concetto Filogenetico di Specie”. Sotto il “Concetto Biologico di Specie”, il mtDNA di un animale non è sempre uno strumento ideale per delineare le linee di demarcazione di una specie. Le specie criptiche non sono rare in natura, ma le difficoltà per la loro identificazione sono dovute alle insufficienti abilità cognitive dell’uomo. Questo è spiegato dal fatto che le distinte fasi di vita di una specie criptica possono differire a vari livelli dalle specie similari, come nel caso dei piccoli e gli adulti di Emys trinacris ed Emys orbicularis galloitalica.

LO STUDIO

Le prime popolazioni oggetto di studio hanno riguardato la parte Sudoccidentale dell’isola, e in particolare le due aree protette della Riserva naturale del “Lago Preola e Gorghi Tondi” e la Riserva naturale di “Torre Salsa”. La prima è situata nel Comune di Mazara del Vallo (TP), si tratta di una depressione carsica e costituita da quattro bacini, il lago Preola e i tre gorghi (Gorgo alto, Gorgo medio, Gorgo basso). Il lago Preola è un bacino temporaneo, attualmente in stato senile, la presenza di acqua al suo interno è appena percettibile, solo durante le stagioni più piovose può raggiungere una profondità di 30 cm. I  gorghi sono tre laghi in stato maturo e hanno profondità media di 7 m ognuno. La Riserva naturale di Torre Salsa invece, è situata nel comune di Siculiana (AG). L`area  è attraversata da diversi fiumi, con numerose ramificazioni spesso piuttosto profonde, lungo gli argini e presenta una vegetazione di tipo paludoso. Nella Riserva di Lago Preola e Gorghi Tondi sono stati prelevati (per scopi di ricerca) esemplari di tartarughe durante un periodo di tempo di circa otto mesi, da Marzo a Ottobre del 2003; le catture nella Riserva naturale di Torre Salsa si sono prolungate per circa cinque mesi, da Marzo a Luglio 2004. Per ogni esemplare catturato sono state misurate 12 varianti biometriche, rispettando in molti casi le convenzioni stabilite per Emys orbicularis (Graham, 1979; Zuffi & Gariboldi, 1995). La misurazione degli esemplari è stata fatta per mezzo di un calibro digitale con precisione di 10 millimetri e una bilancia elettronica con precisione di 1 grammo. Sul carapace di tutti gli esemplari sono state marcate incisioni combinate col fine di eliminare possibili errori durante l’analisi dei campioni (Stubbs et al., 1984). I dati raccolti sono stati utilizzati per la descrizione statistica e per analizzare le differenze tra i sessi. Sono stati esaminati 275 esemplari, 146 (79 maschi , 47 femmine e 20 piccoli) catturati nella Riserva di Lago Preola e Gorghi Tondi e 129 (58 maschi , 35 femmine e 36 piccoli) nella Riserva di Torre Salsa. In entrambi i gruppi, il rapporto maschi-femmine si è dimostrato a favore dei maschi, rispettivamente 1.68:1 e 1.67:1. Per gli esemplari di Lago Preola e Gorghi Tondi, l’ampiezza del ponte è stata la migliore variabile di discriminazione tra i sessi, mentre negli esemplari di Torre Salsa il miglior risultato si è ottenuto con l’altezza del carapace. Il rapporto maschio-femmina è un fattore ecologico molto importante capace di influenzare le dinamiche delle popolazioni. Finora il rapporto maschio-femmina nelle Emys trinacris non era mai stato studiato, sebbene erano stati registrati valori variabili negli esemplari italiani di Emys orbicularis, tra 1:1 e 1:2.4 (Mazzotti, 1995; Zuffi & Gariboldi, 1995; Mazzotti et al., 2007), sempre a favore delle femmine. Per quanto riguarda le popolazioni siciliane, presenti in zone di bassa latitudine quasi a livello del mare, il rapporto tra i sessi è fortemente sbilanciato a favore dei maschi. Considerando l’omogeneità dell’habitat naturale ed escludendo una differenza nel tasso di mortalità ingiustificata, la possibile causa del rapporto non bilanciato può dipendere da una maggiore mobilità da parte dei maschi. Il confronto dei valori ottenuti ha mostrato che la taglia dell’esemplare medio della popolazione nella riserva di Lago Preola e Gorghi Tondi è più ridotta rispetto alla taglia degli esemplari di Torre Salsa, le cui dimensioni medie sono simili a quelle di altri esemplari incontrati in altre zone della Sicilia (Ardizzoni & Fritz, 1998). Prendendo in considerazione il rapporto positivo tra il numero di uova deposte e le dimensioni delle femmine (Mitrus & Zemanek, 1998; Zuffi et al., 1999), probabilmente le due zone hanno diverse funzioni ecologiche. La Riserva di Lago Preola e Gorghi Tondi potrebbe costituire la zona di crescita, costituita da un ampio numero di subadulti ed esemplari adulti di piccole dimensioni, con un basso tasso di produttività. Mentre la Riserva di Torre Salsa, potrebbe ospitare una popolazione più matura caratterizzata da una grande produttività dovuta alla presenza di un numero più elevato di esemplari adulti di grandi dimensioni. Sulla base dei campionamenti avvenuti principalmente all’interno di queste due aree, è stata descritta come nuova specie la testuggine palustre siciliana in linea generale, cioè per tutta l’isola, ma teoricamente non si può ancora escludere che in altre zone, ad esempio nella parte Nordoccidentale (essendo quella più vicina alla Penisola), alcuni esemplari possano appartenere alla specie Emys orbicularis, e che quindi questa ed Emys trinacris siano specie simpatriche in Sicilia, ma solo ulteriori studi genetici che interesseranno le altre popolazioni potranno dare una risposta concreta a questa ipotesi.

(esemplare fotografato nella Riserva di Torre Salsa)

DISTRIBUZIONE E HABITAT

La testuggine palustre è presente in tutta l’isola, comprendendo il territorio di ognuna delle 9 province, anche se non in modo omogeneo e con popolazioni più o meno consolidate. Il suo areale arriva fino ad una altitudine di 1400 m (Monti Nebrodi). Predilige le acqua calme, ricche di vegetazione sommersa e galleggiante, quest’ultima molto utilizzata durante il basking. Si adatta a tutti i corsi d’acqua, sia naturali che artificiali, frequenta maggiormente stagni e zone paludose, ma anche piccoli laghi, fiumi e canali; sopporta anche acque salmastre.

CARATTERISTICHE FISICHE

La colorazione di fondo è scura, con caratteristiche striature e punteggiature gialle che ricoprono testa, arti, coda e carapace. Alcuni esemplari posso assumere da adulti una colorazione quasi uniformemente gialla con minima pigmentazione nera sul carapace (“maculosa morph” Fritz, 1992). Il piastrone negli adulti si presenta giallo, le suture orizzontali possono essere marcate di nero; in altri casi sugli scuti pettorali e addominali (e a volte anche alle estremità dei gulari e anali) rimangono evidenti delle macchie nere. Nei piccoli, alla nascita, il carapace ha una colorazione uniforme, ma più chiara rispetto al nero tipico dei piccoli di Emys orbicularis ssp; il piastrone ha una leggera macchia al centro che col tempo andrà sfumandosi fino a scomparire; le macchie degli scuti pettorali e addominali citati precedentemente appaiono successivamente alla nascita. In alcuni esemplari adulti, sul piastrone si può riscontare una cerniera semi-mobile tra gli scuti pettorali e addominali. Altra caratteristica del genere Emys spp., è data dalla coda particolarmente lunga. L’olotipo di Emys trinacris è stato descritto con una lunghezza del carapace di 13,2 cm, un’ampiezza massima di 10,3 cm, un’altezza (sempre del carapace) di 4,9 cm e una lunghezza del piastrone di 11,9 cm.

DIFFERENZRE MORFOLOGICHE

Distinguere le varie sottospecie di Emys orbicularis basandosi sull’aspetto esteriore, ovvero la morfologia, è molto difficile,  o per meglio dire impossibile, a causa della varietà di colorazioni, forme e altri particolari che si possono riscontrare in ogni singola popolazione, ma allo stesso tempo anche a causa dell’omogeneità che può esserci tra una e un’altra. Dal punto di vista morfologico, Emys trinacris è stata subito descritta essere simile ad Emys orbicularis galloitalica, quindi di conseguenza sembrerebbe che una sua identificazione senza ricorrere obbligatoriamente ad esami del DNA non sia da prendere in considerazione, a meno che non si sia certi sulla provenienza geografica. Ma nonostante ciò, a mio parere è possibile notare qualcosa, ovvero delle caratteristiche che, anche se non uniche o assolute, si possono definire tipiche o diffuse nella maggior parte degli esemplari di questa specie, e che ci possono aiutare a identificarla. In particolare occorre osservare gli occhi, gli arti anteriori e gli scuti marginali inferiori. Gli occhi in Emys trinacris si caratterizzano per avere la pupilla circondata da due linee orizzontali e due verticali, che formano una “croce”; invece in Emys orbicularis, le linee orizzontali ci sono quasi sempre, ma quelle verticali spesso o non sono presenti oppure in minima parte e poco visibili. Mi è capitato di avvistare alcune Emys trinacris nelle quali le linee attorno la pupilla invece di essere 4 erano 5 e formavano un particolare disegno a “stella”. Passando agli arti anteriori, in Emys trinacris si presentano quasi sempre punteggiati di giallo in modo uniforme e per intero; in Emys orbicularis le macchie possono essere concentrare nella parte interna degli arti, formando una o due strisce gialle maggiormente evidenti. Infine gli scuti marginali visti dal lato del piastrone, in particolare quelli che formano il ponte, in Emys trinacris sono raggiati di giallo, invece in molte Emys orbicularis hanno disegni meno evidenti, oppure sono completamente neri. Queste tre caratteristiche sono da prendere in considerazione nel caso di esemplari adulti o subadulti, ma ripeto, ciò non vuol dire che non possano essere presenti anche nelle varie sottospecie di Emys orbicularis, o viceversa, e nemmeno basta prenderne in considerazione una sola, ma complessivamente una Emys spp. che le presenta tutte e tre ha buone probabilità di essere una trinacris. Se identificare un adulto di Emys trinacris risulta difficile quanto distinguere le varie sottospecie di Emys orbicularis, lo stesso non si può dire dei piccoli alla nascita, che in tal caso possiamo definire unici nel loro aspetto. In questo caso ciò che occorre guardare è il piastrone, e in particolare la macchia presente al centro. Questa infatti è piccola e meno evidente, più sul grigio che nera, rispetto a quella che invece caratterizza i piccoli di Emys orbicularis, che è sempre nera e più estesa. Il colore meno acceso della macchia nei piccoli di Emys trinacris si può notare anche durante la crescita di questi, infatti nei casi in cui successivamente appaiono le macchie sugli scuti pettorali e addominali, questi saranno nettamente più scuri della macchia centrale, che col tempo andrà scomparendo. Infine, un’altra differenza che c’è tra i piccoli di queste due specie riguarda la grandezza al momento della nascita, infatti Emys trinacris è di dimensioni mediamente inferiori.

(sopra Emys trinacris, sotto Emys orbicularis ssp)

DIMORFISMO SESSUALE

I maschi solitamente raggiungono minori dimensioni, non solo in lunghezza (12-13 cm) ma anche per quanto riguarda l’altezza del carapace, e hanno la coda più larga alla base con la cloaca posta circa a metà lunghezza; le femmine sono di maggiori dimensioni (14-15 cm) e di forma rotondeggiante, e hanno la coda più sottile (non sembrano esserci differenze invece per quanto riguarda la lunghezza di quest’ultima) con la cloaca posta alla base. Inoltre i maschi possono avere il piastrone concavo e l’iride di colore arancione (accentuato nel periodo degli accoppiamenti, solitamente è giallo); le femmine di contro, hanno il piastrone piatto e l’iride generalmente giallo. Infine nei maschi la parte anteriore della testa è scura o con poche macchie; invece le femmine presentano più striature e macchie che comprendono anche la mandibola.

(femmina a sinistra, maschio a destra)

RIPRODUZIONE

Gli accoppiamenti solitamente iniziano con la fine dell’Inverno, ma sono stati documentati anche nel mese di Febbraio, poichè le temperature abbastanza miti della regione limitano il periodo di letargo a poco più di tre mesi, e durante questi non si può parlare in ogni caso di un sonno continuo. Quindi si presume che un esemplare femmina adulto effettui più di una deposizione a stagione, comprendente in media 7 uova. L’ accoppiamento avviene completamente in acqua, è preceduto da un corteggiamento nel quale il maschio si avvicina alla femmina con la bocca aperta tentando di morderla, successivamente le sale sul carapace aggrappandosi al bordo con le unghie e inizia a oscillare la testa sopra quella della compagna, infine avviene l’amplesso. Le femmine depongono nelle immediate vicinanze di un corso d’acqua; le uova sono di forma ovale e misurano circa 3-3,5 cm di lunghezza per 2 cm di larghezza. I piccoli alla nascita hanno un carapace di 2,2-2,5 cm e pesano 4 grammi.

(resti di un uovo all'uscita di un nido)

ALIMENTAZIONE

La specie è carnivora, ma si nutre di tutto ciò che riesce a trovare e che l’ambiente le offre, quindi anche in piccola parte di vegetali se occorre. I piccoli hanno una dieta basata principalmente su insetti e loro larve; con la crescita si estende ad altri animali quali anfibi (comprese uova e girini), molluschi, crostacei e pesci.

(potenziali prede, a sinistra un coleottero acquatico Dytiscus spp, a destra una rana verde Pelophylax spp)

MINACCE E SITUAZIONE LEGISLATIVA

E’ una specie che da adulta conta pochissimi predatori naturali, il periodo di maggiore rischio è quello dei primi anni, infatti i piccoli sono molto vulnerabili e anche le uova sono soggette all’attacco di mammiferi e uccelli. Ma ciò che principalmente minaccia la testuggine palustre in Sicilia è l’azione dell’uomo, infatti la distruzione e l’inquinamento dell’habitat sono un problema che  se non affrontato seriamente potrebbe condizionare in futuro la sua sopravvivenza. Nonostante la descrizione come nuova specie, attualmente la principale fonte legislativa che tutela Emys trinacris rimane la Convenzione di Berna riferita ad Emys orbicularis, la quale vieta la cattura e detenzione degli esemplari selvatici e la distruzione degli habitat naturali.

BIBLIOGRAFIA

Fritz et al.: A new cryptic species of pond turtle from southern Italy, the hottest spot in the range of the genus Emys - 2005

Fritz et al.: Variation of Sicilian pond turtles, Emys trinacris - What makes a species cryptic? - 2006

Stefania D’Angelo et al.: Biometric characterization of two Sicilian pond turtle (Emys trinacris) populations of south-western Sicily - 2008

Manfred Rogner: European Pond Turtle – Edition Chimaira – 2009

 

Ryan C. Garrick 1,+, *
Edgar Benavides 1, +
Michael A. Russello 2, James P. Gibbs 3,
Nikos Poulakakis 4, Kirstin B. Dion 1,
Chaz Hyseni 1, Brittney Kajdacsi 1,
Lady Márquez 5, Sarah Bahan 6, Claudio Ciofi 7, Washington Tapia 8,
and Adalgisa Caccone 1

I geni di specie di recente estinzione possono sopravvivere nel genoma di individui ancora esistenti di genealogia mista. In tempi recenti furono rilevate firme genetiche della testuggine gigante delle Galápagos un tempo endemica dell'isola Floreana (Chelonoidis elephantopus) in undici individui ibridi, altrimenti puri, di Chelonoidis becki, su Volcano Wolf, isola Isabela [1]. Nel 1800 gli spostamenti di testuggini tra le isole ad opera dei pirati e delle navi baleniere non erano infrequenti [2] e costituiscono il probabile meccanismo tramite cui individui dell'isola Floreana furono trasferiti nella parte settentrionale di Isabela, malgrado fossero presunti estinti già poco dopo lo storico viaggio di Charles Darwin alle Galápagos nel 1835. Questi undici individui ibridi discendenti da C. elephantopus furono ritenuti le ultime vestigia genetiche di una linea evolutiva unica allo stato selvatico. Si riferisce qui di seguito come individui puri, sessualmente maturi, di C. elephantopus dell'isola Floreana, testuggine recentemente "estinta", siano invece molto probabilmente ancora viventi ai giorni nostri, come rilevato e tracciato per mezzo delle impronte genetiche lasciate nel genoma di nuovi nati ibridi venuti al mondo recentemente su Volcano Wolf. Se rintracciati, questi individui puri di C. elephantopus potrebbero costituire il nucleo fondatore di un programma di riproduzione in cattività mirato a far risorgere la specie. Messi in allerta dalle nostre precedenti scoperte di individui ibridi [1, 3], siamo tornati su Volcano Wolf, abbiamo prelevato numerosi campioni della sua popolazione di testuggini (1669 esemplari, circa il 20% della popolazione attualmente stimata) e li abbiamo sottoposti a screening per determinare la variazione genetica utilizzando marcatori nucleari del DNA a rapida evoluzione (12 loci microsatelliti). Ciascuna testuggine è stata quindi assegnata ad uno o più pool genetici parentali per confronto con un database genetico relativo a tutte le specie di testuggine delle Galápagos estinte e ancora viventi. Le attribuzioni genetiche effettuate con l'uso dei marcatori, però, possono rappresentare una sfida in quei sistemi che presentino una storia di ibridazione. In questi casi l'ibridazione genera una discendenza il cui genoma include parti di entrambi i pool genetici parentali e successivi incroci tra ibridi e individui puri, o fra due ibridi, portano allo sviluppo di mosaici genetici. In effetti il caso ha un ruolo sempre maggiore nel modellare il corredo genetico degli ibridi di seconda generazione. Per dare una spiegazione di questa complessità, abbiamo fatto ricorso a simulazioni al computer al fine di determinare la gamma di possibilità di costituzione del corredo genetico di testuggini ibride, derivanti da un serie di differenti scenari di ibridazione che possono verificarsi su Volcano Wolf. Avendo quantificato questa variabilità intrinseca, siamo stati in grado sia di identificare le testuggini ibride, sia di determinare gli incroci parentali più probabili che le hanno generate (informazioni supplementari). Abbiamo stabilito che i genotipi di 84 testuggini di Volcano Wolf sono il risultato di fenomeni di ibridazione che hanno coinvolto una C. elephantopus pura come una dei genitori diretti (Figura 1). Questi fenomeni, inoltre, risultano essere molto recenti – 30 delle 84 testuggini hanno meno di 15 anni (informazioni supplementari).

Considerata la documentata aspettativa di vita di oltre 100 anni delle testuggini delle Galápagos, c'è una buona probabilità che esemplari puri di C. elephantopus siano ancora viventi. Il numero minimo di individui fondatori di C. elephantopus, che contribuiscano uniformemente, necessari a produrre la stessa diversità genetica osservata negli 84 ibridi è 38, da stime effettuate su genomi fondatori equivalenti (informazioni supplementari). Teoricamente 20 o più genomi fondatori equivalenti costituiscono la base genetica necessaria per una popolazione vitale ex situ [4]. Di conseguenza, le nostre scoperte danno speranza al tentativo di recupero della specie attraverso la riproduzione in cattività. Degli 84 individui identificati in base agli schemi di variazione genetica nucleare come discendenti diretti di una C. Elephantopus, 26 presentano DNA mitocondriale (mtDNA) tipo C. Elephantopus. Malgrado si tratti di ibridi, pertanto, questi individui sono di grande valore per la conservazione dato che sono presenti nel loro genoma i marcatori genetici della specie di testuggine in pericolo ereditati sia dalla madre sia da entrambi i genitori. Inoltre, tramite i dati microsatellitari, abbiamo identificato ulteriori 133 testuggini su Volcano Wolf aventi legami di parentela non trascurabili con l'"estinta" C. Elephantopus, cioè con meno dell'1% di possibilità che si tratti di falsi positivi. La nostra campionatura ha permesso di scoprire anche otto testuggini con DNA mitocondriale tipo C. Elephantopus ma non incluse nella genealogia basata sui microsatelliti nucleari. Simulazioni hanno dimostrato che quattro generazioni di incroci tra ibrido e progenitore fino alla originaria C. Becki sono sufficienti per ottenere questo risultato (possibilità del 90%). Il processo di ibridazione su Volcano Wolf sembra pertanto essere un fenomeno ricorrente nel corso degli ultimi 200 anni, sin da quando il trasferimento mediato dall'intervento umano di centinaia di esemplari adulti di testuggine gigante delle Galápagos divenne prassi comune [5].

Per quanto ne sappiamo, questa è la prima riscoperta di una specie effettuata mediante tracciamento dellle impronte genetiche lasciate nei genomi dei discendenti ibridi. Queste scoperte infondono nuova vita alle prospettive di conservazione per i mebri di questa specie bandiera. Da un punto di vista più ampio, malgrado sia spesso considerata ampiamente deleteria per la conservazione della biodiversità [6], in alcuni casi, come quello dei fringuelli di Darwin alle Galápagos, l'ibridazione può anche agire come un'importante fonte di variazioni genetiche innovative [7, 8]. Abbiamo qui dimostrato un ulteriore aspetto positivo dell'ibridazione: in alcuni casi la sua eredità può trasformarsi nell'opportunità di resuscitare specie in pericolo attraverso programmi di riproduzione mirata.

Figura 1. Il pool genetico parentale di 84 ibridi di testuggine gigante delle Galápagos. Riquadro superiore: Corredo genetico di ibridi campione per i quali uno dei presunti genitori è un esemplare puro di C. Elephantopus (i diagrammi circolari mostrano la proporzione di ascendenza; arancio: C. Elephantopus, bianco o a pallini: altri pool genetici). Riquadro mediano: Proporzioni previste, in media, del genoma nucleare con alleli derivanti da C. Elephantopus. Riquadro inferiore: coefficienti di appartenenza (valori Q) in C. Elephantopus simulati per le otto classi di ibridazione (A-H; informazioni supplementari) dove uno dei genitori è un esemplare puro di C. Elephantopus. I gradienti colorati mostrano le distribuzioni simulate (rosso: mediano, giallo: 50° quantile, blu superiore e inferiore: massimo e minimo, rispettivamente) con sovrapposti dati empirici (diamanti monocolori e cerchi bianchi rappresentano individui con o senza DNA mitocondriale tipo C. Elephantopus, rispettivamente). La figura mostra soltanto la gamma di valore Q simulata (QR) che è stata utilizzata unitamente ad un secondo criterio (differenze valore Q, QD) per classificare le testuggini di Volcano Wolf “sconosciute” (Informazioni supplementari).

Incroci presunti [legenda riquadro superiore n.d.T.]

Discendenza attesa [legenda riquadro mediano n.d.T.]

Classi di ibridazione e valori Q [legenda riquadro inferiore n.d.T.]

Informazioni supplementari

Le Informazioni Supplementari comprendono dati aggiuntivi e una tabella e possono essere reperiti online unitamente al presente articolo a doi:10.1016/j.cub.2011.12.004. [doi = Digital Object Identifier n.d.T.]

Ringraziamenti

I rangers del Galápagos National Park Service hanno contribuito a sostenere la raccolta dei campioni. Studenti in stage estivi hanno fornito assistenza in laboratorio. R. Lacy e K. Willis hanno offerto il loro importante feedback sull'applicazione del concetto di genoma fondatore equivalente a questo sistema. Supporto finanziario e di altra natura è giunto da Charles Darwin Foundation, Galápagos National Park Service, Bay and Paul Foundation, Eppley Foundation, Galápagos Conservancy, Turtle Conservation Fund e Yale Institute for Biospheric Studies.

Bibliografia 1 Poulakakis, N., Glaberman, S., Russello, M., Beheregaray, L.B., Ciofi, C., Powell, J.R., e Caccone, A. (2008). Historical DNA analysis reveals living descendants of an extinct species of Galápagos tortoise. Proc. Natl. Acad. Sci. USA. 105, 15464-15469. 2 Pritchard, P.C.H. (1996). The Galápagos Tortoises: Nomenclatural and Survival Status (Chelonian Research Foundation, Lunenburg, M), pp. 1-85. 3 Russello, M.A., Beheregaray, L.B., Gibbs, J.P., Fritts, T., Havill, N., Powell, J.R., e Caccone, A. (2007). Lonesome George is not alone among Galápagos tortoises. Curr. Biol. 17, R317-R318. 4 Lacy, R.C. (1989). Analysis of founder representation on pedigrees: founder equivalents and founder genome equivalents. Zoo. Biol. 8, 111-123. 5 MacFarland, C.G., Villa, J., e Toro, B. (1974). The Galápagos giant tortoises (Geochelone elephantopus) part I: Status of the surviving population. Biol. Conserv. 6, 118-133. 6 Wayne, R.K., and Jenks, S.M. (1991). Mitochondrial DNA analysis implying extensive hybridazation of the endangered red wolf Canis Rufus. Nature, 351, 565-568. 7 Grant, B.R., e Grant, P.R. (2008). Fission and fusion of Darwin's finches populations. Phil. Trans. R. Soc. B. 363, 2821-2829. 8 Grant, P.R., e Grant, B.R. (2010). Conspecific versus heterospecific gene exchange between populations of Darwin's finches. Phil. Trans. R. Soc. B 365, 1065-1076.


1Department of Ecology & Evolutionary Biology, Yale University, New Haven, CT 06520 USA. 2Department of Biology, University of British Columbia, Okanagan Campus, Kelowna, BC V1V 1V7, Canada. 3College of Environmental Science & Forestry, State University of New York, Syracuse, NY 13210, USA. 4Department of Biologu & Natural History Museum of Crete, University of Crete, Irakleio, Crete, Greece. 5Charles Darwin Foundation, Puerto Ayora, Galápagos, Ecuador. 6School of Forestry & Enviornmental Studies, Yale University, New Haven, CT 06520, USA. 7Department of Evolutionary Biology, University of Florence, 50125 Florence, Italy. 8Galápagos National Park Service, Puerto Ayora, Galápagos, Ecuador. +Questi autori hanno contribuito in eguale misura. *E-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

George Il Solitario, Geochelone nigra abingdoni,tartaruga gigante

Su autorizzazione dell'autore, Domenico Morabito.

Il 24 giugno 2012 è morto “George Il Solitario”. Al secolo Geochelone nigra abingdoni, tartaruga gigante dell’isola Pinta, una delle 14 isole che compongono l’arcipelago delle Galapagos nell’Oceano Pacifico, santuario indiscusso della biodiversità. Luogo sacro per i naturalisti dove Darwin nel 1835 ebbe la folgorazione per la teoria della selezione naturale.

Nelle 14 isole che compongono l’arcipelago delle Galapagos nell’Oceano sono presenti specie animali e vegetali uniche , adattate all’ecosistema peculiare di ciascuna isola. La leggenda vuole che tra le tante minuziose osservazioni, il giovane Darwin  notò che i fringuelli che vi vivevano erano rappresentati da tredici specie diverse per le dimensioni, i colori e per la struttura del becco. Ma, leggendo attentamente le pagine del libro “The Voyage of the Beagle” scritto  al rientro dal viaggio lungo cinque anni a bordo della nave Beagle, è storia nota, Darwin probabilmente fece confusione.

Tornato a Londra Darwin si accorse di non aver raccolto tutte le specie e di non aver separato le specie delle diverse isole. Pensava di avere a che fare con famiglie di uccelli diverse tra loro. Lo aiutò a completare il quadro della distribuzione dei volatili sulle diverse isole il capitano FitzRoy, comandante del Beagle. Tutti gli uccelli raccolti vennero consegnati all’ ornitologo John Gould, che li classificò in 13 specie appartenenti tutte alla stessa famiglia. Solo allora Darwin si interessò ai fringuelli.   Lonesome George, questo il suo nome originale in inglese, è stato trovato sull’ isola di Pinta nel 1972, quando si credeva che la specie di tartarughe endemica dell’isola fosse del tutto estinta.

Da allora la tartaruga fu trasportata  sull'isola di Santa Cruz e sistemata in un recinto alla Stazione di Ricerca Charles Darwin, nel Parco nazionale delle Galápagos. Fu inserito nel programma di riproduzione in cattività della Direzione del Parco Nazionale delle Galapagos. George non è riuscito a trovare in 35 anni una femmina con cui accoppiarsi, e le ultime speranze erano riposte in qualche miracolo della scienza, che non si è verificato. Grazie all’ analisi del DNA di George si cercarono “affinità elettive” comparandolo con quello di tartarughe femmine provenienti dalle altre isole. Un team internazionale guidato da ricercatori della Yale University aveva individuato una tartaruga con metà dei geni in comune con George, come riportato nella rivista Current Biology. Gli sforzi di perpetuare i discendenti di George( che faceva parte del Guinness come animale tra i più unici al mondo) non ebbero successo. Non voleva accoppiarsi con femmine di altre sottospecie, e quando finalmente ci riuscì, le uova non risultarono fertili.

Quattro delle 14 specie di tartarughe giganti delle isole Galapagos, si erano già estinte nel secolo scorso a causa della caccia, o per meglio dire, del prelevamento forzato da parte di marinai, soprattutto balenieri e pirati che facevano scorta di tartarughe. I grandi rettili rimanevano vivi a lungo sulle navi ed erano quindi cibo fresco pronto a sfamare le ciurme in lunghi periodi di navigazione. A metà del ‘900  i problemi per le tartarughe non cessarono. Specie introdotte come capre e maiali si diffusero sulle isole mettendo a serio rischio  l'habitat dei rettili. Ma George ormai viveva solo soletto nel suo recinto, star internazionale e simbolo “turistico” delle Galapagos.

Raccontare questa storia significa accendere i riflettori sulla la notizia di questi giorni:  quasi tutti i parchi nazionali italiani  hanno scritto al ministro Clini per sensibilizzarlo sulle conseguenze che il taglio delle spese che il governo sta operando anche nel comparto degli enti parco andrà a creare toccando le economie e la gestione degli enti, compromettendo quindi soprattutto le attività e i servizi di conservazione. Se in un primo momento le aree protette in molte regioni italiane non erano tenute molto in considerazione, con il tempo si è assistito ad un cambiamento culturale graduale ma deciso, giungendo alla nascita della politica per le aree da salvaguardare con la legge quadro n. 394 del 1991,  che definisce l'istituzione e la gestione delle aree naturali protette  e  identifica i criteri per la classificazione delle aree protette.

In questi ultimi anni, si è visto che  il problema della tutela e della conservazione  riguarda tutti. La biodiversità è presente nei territori della penisola in modo tangibile, la sua conservazione e valorizzazione costituisce un fondamentale contributo alle economie locali. Gli elementi di questo prezioso patrimonio sono stati individuati da tutti gli organi internazionali, in particolare dall’Unione Europea che invita tutti gli attori locali a tenerne conto per indirizzare i sistemi economici e i piani territoriali per lo sviluppo locale.

Purtroppo, il ruolo delle aree protette  non è apprezzato nella misura che invece esse svolgono. Se le singole aree protette non saranno salvaguardate in modo adeguato, non potranno essere in grado di resistere ai cambiamenti e di contribuire positivamente alle strategie nazionali e locali. Mi riferisco soprattutto agli ecosistemi capaci di combattere i cambiamenti climatici come le foreste alpine, i corridoi biologici ed ecologici che consentono il collegamento, tra gli habitat oltre i confini delle aree protette, dove contemporaneamente, nuove socialità si incentivano sulla scia di collettori uomo-natura. Il collegamento delle aree protette all’interno di paesaggi terrestri e marini, può avvenire attraverso la gestione della vegetazione naturale e semi-naturale, delle acque e della pesca, con  l’attuazione di azioni  di governance che,  coinvolgano le comunità locali, le popolazioni autoctone e il settore privato per incoraggiare un maggior numero possibile di persone come parti integranti di strategie innovative.

La notizia della morte della tartaruga George ha fatto il giro del mondo nei giorni successivi ma…. poi anche questa vicenda si è dissolta. George verrà esposto imbalsamato con l’intento di perpetuare il rito del simbolo  riconoscibile, quasi un “marchio di qualità” ma, a mio avviso, resta solo il monumento all’impotenza dell’uomo che con le sue tecnologie cerca di recuperare gli errori commessi, spesso causati per la sopravvivenza della nostra specie.

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